Doni da questo tempo di passaggio (1)

Una testimonianza da Milano, la città in trincea nei giorni dell’epidemia, e il partito preso della luce, da appuntare in un “diario delle cose belle”.

di Giulia Calligaro

Non esistono ostacoli, solo opportunità” – Paramhansa Yogananda

Alle 5.00, quando mi sveglio, dalle porte del balcone entra il canto degli uccellini. Non è mai stata così forte la natura a Milano. Dopo poco arriva anche la prima sirena di ambulanza, la colonna sonora di tutto il giorno, tutti i giorni. Dentro i 50 metri quadri del mio appartamento, che sono diventati da settimane il mio universo, mi siedo dunque esattamente nel mezzo di questi due richiami: tra il buio e la luce. E riscelgo ogni giorno la Luce.

Sono convinta, infatti, che in questo periodo ci si possa ammalare, ma che si possa anche guarire. Che la malattia non sia solo quella che stiamo combattendo ora, di cui sento con infinita compassione il dolore e il respiro corto: eravamo ammalati da molto prima, ammalati di una malattia antica, che non riuscivamo neppure più a distinguere da quello che chiamavamo vita.

Quando tutto è iniziato, ero appena ritornata dall’India. Dopo pochi giorni mi sono detta: questo ritmo è impossibile, riesco a tenerlo solo a patto di andarmene spesso lontano, o dentro di me, che è lo stesso. E da anni sento che le scintille luminose che spremo dalle tensioni sono a prezzo troppo caro, in tempi troppo compressi dalla corsa. Che sono stati invertiti i fini e i mezzi.

Allora, la cosa peggiore che ci potrebbe capitare, quando l’emergenza sarà passata, sarebbe quella semplicemente di ripartire, di fare spreco di tutto questo dolore: abbiamo la responsabilità di inaugurare un corso nuovo delle cose. Di uscirne più consapevoli, con cuori più grandi, con gratitudini più sollecite. Con la capacità di vedere e di ascoltare noi stessi, gli altri e anche il pianeta che ci ospita.

Lo penso con fermezza in questo pomeriggio terso di aprile, mentre le tende sono mosse dal vento e scoprono lembi di luce, lembi di una vita naturale che al momento ci esclude, che sembra aver bisogno ancora di tempo per ripulire alcuni dei modi in cui le abbiamo fatto lo sgambetto. E sarebbe davvero presuntuoso da parte nostra pensare di essere importanti al punto che tutto questo avvenga contro di noi, e non invece in favore di qualcosa di cui siamo appena le cellule, in un sistema molto più grande di noi. Che avvenga verso un orizzonte per cui il nostro sguardo corto non basta.

Della ricerca di una vita più morbida parlo anche nel mio nuovo libro Esercizi d’amore, pratiche di morbidezza per il corpo e il cuore (https://www.anandaedizioni.it/shop/e-book/esercizi-damore-pratiche-di-morbidezza-per-il-corpo-e-il-cuore-copia-ebook/ ). E forse non è un caso che sia uscito proprio in questo tempo strano. Perché ora è il momento di praticare quello a cui mi sono esercitata. Fare ‘esercizi d’amore’ per me significa, infatti, liberare i canali del cuore: opporre sempre meno attrito, meno controllo a ciò che mi vuole attraversare perché fa parte del viaggio che la mia anima è venuta qui a compiere per compiersi.

Significa quindi arrendersi, ma arrendersi in alto: essere certi che anche questa manata della Storia è venuta per portare doni che richiedono spazio e silenzio per essere visti e compresi. Ne ho già ricevuti molti e ho deciso di appuntarli in un diario delle COSE BELLE che compilo ogni sera. Eccone alcuni, in piccoli gesti come scintille di luce:

SOLIDARIETÀ – Tra i fotogrammi che porterò a riva da questo tempo c’è la torta calda che un’amica mi ha fatto salire a sorpresa dall’ascensore nei giorni in cui non stavo bene, e che mi ha fatto scoprire quanto eravamo più soli quando non lo eravamo, ma ci comportavamo come fossimo troppo impegnati per apprezzarlo.

TEMPO – E poi ricordo lo sfinimento per la somma di messaggi e mail da smaltire. Ora abbiamo ricominciato a usare il telefono per la cosa per cui è nato: chiamarci, parlare. Ho scoperto persino di nuovo di avere un telefono a casa. E che usarlo fa molto meno male.

SGUARDO – Dopo tanti anni ho visto il mio gelsomino prepararsi giorno dopo giorno a fiorire. L’ha fatto tutti gli anni e quasi non me ne accorgevo. Ho iniziato a vedere che le piante reagiscono al mio amore: che l’amore è quello che ci attende, dietro la rete di tutte le nostre tensioni.

SAPORI – Ho ricominciato a prepararmi da mangiare con cura. A mangiare facendo solo quello, a permettermi persino il lusso di non pensare. Ho sentito il modo in cui il mio corpo mi chiede alcuni cibi, il modo, poi, in cui li accoglie. E che tutto ci parla, se non siamo assordati dal nostro rumore.

APERTURA DEL CUORE – Fino a poco fa ero vicina a escludere una persona dalla mia vita, pregiudicando alcune cose che apparivano. Invece oggi mi sono svegliata e ho sentito nel cuore di inviare un messaggio di unione, ricevendone a mia volta uno in risposta. Ed è stato un attimo vedere come le cose grandi sappiano spazzare le cose piccole, e rivelarne la piccolezza.

ASCOLTO INTERIORE – La convivenza con me stessa è completamente diversa adesso che non è rubata al tempo veloce, ma che è divenuta una nuova normalità. E questo ha portato la meditazione molto oltre ai tempi che schiacciavo all’inizio e alla fine del giorno. E quasi in ogni passo resiste questo spazio da cui posso osservare me e il mondo, con un sorriso interiore.

GRATITUDINE – Poi ogni tanto mi ritrovo di nuovo a fare i capricci, perché mi mancano le margherite, perché ho paura di non vedere neppure i papaveri quest’anno. Ma è a questo punto che passa un’altra ambulanza e ringrazio profondamente di questa casa, del mio letto comodo, di tutto quello che era normale e di cui ora sento il privilegio. Sì, ho iniziato a dire grazie ogni mattino e ogni sera.

E molti altri doni, lo so, sono ancora a venire.

 

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