Il cuore ama dire GRAZIE

India 1. Gratitudine, Perdono e Fiducia: i passi della guarigione, quando ti sei dimenticato chi sei veramente.

di Giulia Calligaro

Fuori c’è il Kerala e un palmeto immenso che degrada fino all’Oceano. Un vento inaspettatamente caldo, anche per queste latitudini in inverno, e il verso di richiamo di un uccello tropicale che si diffonde tra le bocche carnose dei fiori. Io sono stesa sul letto della mia stanza, in un ashram di yoga e ayurveda, cercando un po’ di brezza tra le zanzariere. Guardo la luce quadrettata appoggiarsi sulle cose, e sto semplicemente con quel che c’è. Attendo che la parte più vera di me un po’ alla volta venga a galla, mi voglia di nuovo parlare.

“Ma come fai a stare via un altro mese? E chi lavora per te?”, ha detto mio padre prima di salutarmi. Infatti, ogni volta che ritorno dall’India prendo il biglietto per il viaggio successivo: se non facessi così, so che potrebbe vincermi la paura. La paura per me è una contrazione dell’anima: divento piccola e tesa, e allora tutti gli impegni di ogni giorno non sono più dei passi a servizio di una vita ampia, come un fiume che scorre verso il mare, sono io che mi inchino a loro e li rincorro, al punto di prenderne completamente la forma e di non riuscire più a vedere lontano. Il momento di partire arriva sempre allo stesso punto di stanchezza: quando il cuore si è talmente ripiegato su se stesso per proteggersi che non riesce più a vedere la bellezza. Non riesce più a dire grazie.

Per il secondo anno ho scelto di iniziare il viaggio da questo piccolo ashram vicino a Trivandrum, affidando all’antica scienza dell’ayurveda di sciogliere un po’ alla volta i pensieri stretti che diventano anche fratture nell’armonia del corpo. E capisco, tra olii e massaggi sapienti, quando iniziano a rompersi le maglie delle identificazioni a cui mi ero aggrappata, perché emergono delle piccole rivelazioni, che di solito mi raccontano anche la vera ragione per cui sono qui. Così oggi, durante il trattamento, mentre un’ampolla di latte medicato disegnava linee come un pendolo sulla mia fronte, facendo arretrare il rimuginìo della mente, ho sentito risuonare dentro tre parole: GRATITUDINE, FIDUCIA, PERDONO. Questi, ho intuito, saranno i tre passi della mia guarigione.

Il secondo segno di ripresa è quando ricomincio vedere il mondo. Ne vedo di nuovo i colori, ne sento i profumi, mi sorprendo di luci inattese. E allora risalgono dal cuore dei moti naturali d’amore che si spandono sul paesaggio e sugli incontri, senza più attendere nulla, senza chiedere a nessuno di essere diverso da ciò che è. Spontaneamente trovo ogni giorno mille ragioni per cui dire grazie e sento che dirlo mi fa stare bene e attrae nuovo bene. Oggi l’ho già fatto per le gocce notturne di pioggia sugli oleandri, per il nitore dell’alba, per il cibo cucinato con amore, per le mani piene di attenzione che hanno curato il mio corpo, per il sorriso di una bambina che si è affacciata tra le tende e per la sincerità e l’umanità di tutte le persone che sono qui, ognuna con un proprio buco da ricucire. E ancora lo farò molte volte, prima che venga sera.

È proprio così: quando il cuore batte al presente e smette di essere con ansia in un altro luogo e in un altro tempo, ogni istante può liberare la propria meraviglia. E ciò richiede, appunto, Perdono e Fiducia. Cioè richiede di purificare il passato dei dolori che ci sono stati e di dare al futuro la possibilità di essere quello che è giusto che sia, senza applicargli le cornici di ciò che abbiamo già vissuto. In questo, avere una guida, un grande Maestro come Yogananda, rende il cammino più certo e più terso: e un po’ alla volta, riaprendomi, rimettendomi nelle sue mani, posso vedere chiaramente che tutto quello che è accaduto è stato perfetto per me, come un pensiero d’amore divino, anche nei momenti più duri. E che tutto quello che verrà non saranno che i nuovi passi nel sentiero con cui mi riporta a casa, al mio vero Sé.

Poi c’è questa sacra terra, che rimette le cose nel giusto ordine di grandezza: mi ricorda che non sono venuta in vita per impigliarmi in mille piccoli impegni, attendendo di avere tempo per ascoltare la mia anima. Ma è vero esattamente il contrario: devo camminare verso il mio Sé e allora anche tutte le azioni del quotidiano vanno a posto. Come disse Gesù: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in sopraggiunta”. Quando non è così è perché mi sono dimenticata chi sono: voglio ancora compiermi, ma penso di doverlo fare da sola, tendendo i muscoli nel massimo sforzo. Invece è solo fuori dai nostri piccoli confini che può avvenire la vera resa: l’abbandono totale a un piano più grande. Mi esercito a farlo un poco ogni giorno, staccando le dita dalle cose che vorrei controllare, prendendole in mano e scegliendo di lasciare l’esito nel grembo di Dio.

Ed è bello fare questo percorso insieme ad altri. Qui nell’ashram tutti abbiamo delle ammaccature che prima o poi si fanno sentire. A qualcuno toccherà di piangere, a qualcun altro di arrabbiarsi o di volersene andare. Così, mentre l’ayurveda rimpasta le possibilità dell’anima, liberando blocchi lontani che ci portiamo da chissà quante vite, si fa evidente come la guarigione di uno aiuti tutti e come si inizi a stare meglio quando si smette di dire “Io” e si inizia a chiedere: “Come stai?”. Quando tutte le separazioni di una vita che sta andando sempre più di fretta, riempiendoci di carichi spesso maggiori delle nostre spalle, calano. Allora il cuore si apre ed è capace di dire grazie, anche per un fiore trovato nel prato, e infine per la capacità ritrovata di provare questo amore. Un amore da tenere caro, per quando la vita si rifarà piccola.

 

 

 

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