Impronte di luce sulla neve: un’altra storia di Natale

La signora Maria vive da sola con i gatti e i due cani: donando, intuisce l’infinito

di Giulia Calligaro

Quando conoscerete l’amore divino, non vedrete più nessuna differenza fra un fiore e un animale, fra un essere umano e un altro. Sarete in sintonia con tutta la natura e amerete tutti gli esseri umani allo stesso modo“. Paramhansa Yogananda

 

” Era un inverno di 8 anni fa: la neve aveva iniziato a scendere molto presto, e ogni mattina cancellava le strade, i sentieri e i prati. Le montagne erano una cinta candida che sfumava in cielo. Intorno alla casa, al risveglio, vedevo delle impronte: non erano il cervo, la volpe, né un gatto. Forse un piccolo lupo, o un cane che si era perso. Ho iniziato a lasciare ogni giorno in giardino una ciotola di cibo: e ogni giorno la trovavo vuota. Tutt’intorno quelle impronte. Un mattino mi accorgo che erano ancora fresche: poco distante era disteso un cane di taglia media, lo si sarebbe detto molto stanco. Ma è subito scappato, appena ha sentito il peso dei miei occhi sul suo corpo magro, che aveva trovato il coraggio di una tregua.

In paese era diventato una storia che si raccontava: un cane che girava tra le case, che nessuno poteva prendere, che sembrava spaventato. Alcuni avevano messo in allerta l’accalappiacani, altri cercavano di precedere questo brutto destino tentandolo con del cibo, ma non si lasciava prendere da nessuno. I giorni passavano, qualche mattino il gelo era così rigido che la ciotola era uno specchio di freddo e le impronte ferme a metà del sentiero che scende dal bosco. Una domenica, Otto, il cane che mi era stato lasciato un anno prima da un vicino, era uscito in giardino attratto da qualcosa: lo seguo e vedo che stava giocando con il cane misterioso, di lui si fidava. Argo, questo il nome che gli ho dato, appena si è fatto avvicinare. Dove mangia uno possono mangiare due, mi sono detta…

Argo si fa accarezzare sul divano, davanti al camino, mentre ancora una volta mi faccio raccontare dalla signora Maria una delle mie storie preferite. Lo ricordo anche io quell’inverno: le chiamate al risveglio di mia madre, distante poche case dai passeggi notturni del cane: “Oggi il cane della montagna – così lo chiamavamo – ha mangiato: le ciotole sono vuote, ci sono le tracce sulla neve, ma nessuno l’ha visto”. Dal paese ai piedi delle Dolomiti friulane dove sono nata, ricevevo bollettini quotidiani, e pregavo ogni sera che non lo trovasse mai l’addetto del canile. Poi un giorno la notizia: “Il cane della montagna ha trovato casa, l’ha preso una signora qui vicino, grazie al suo cane: sono diventati amici e così lui si è fidato”. Ricordo il travaso di emozioni e la fretta, al primo rientro, di andare a incontrarlo di persona. È stato in questo modo che ho conosciuto la signora Maria. E con lei Argo e Otto, portati entrambi a lei dal destino, e un flusso ininterrotto di gatti che arrivano e vengono, abbandonati nel suo giardino e ogni volta accolti e coccolati, a cui si aggiunge talvolta qualche riccio di passaggio e svariati uccellini: “Dove mangiano tre, mangiano anche quattro“, ripete lei e aumenta ogni volta la somma.

 

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