La paura vista da “dentro”, per conoscerla e attraversarla

Una soggettiva dell’atmosfera diffusa nei giorni del Coronavirus: dal timore all’opportunità che si apre.

di Radhika Leali

Una mattina, dentro il silenzio della meditazione, una parola è risuonata in me: amigdala. Non ero neppure sicura di conoscerne il significato, ma ho cercato di non seguire questo pensiero logico e di rimanere nell’esperienza. Finita la meditazione, però, sono andata subito a vedere cosa fosse questa amigdala. Mi veniva da pensare ad una ghiandola del cervello, forse la stessa ipofisi.

C’ero andata vicino (in termini di collocazione anatomica), ma non era esatto. L’amigdala è una piccola formazione encefalica, che fa parte del sistema limbico. Ma la cosa interessante, è che è in questo piccolo corpo che si fissa il ricordo di eventi dolorosi, shock o traumi. Ed è questo piccolo agglomerato di nuclei nervosi ad elaborare le nostre emozioni e le reazioni istintuali di base, di fronte a situazioni di pericolo.

La prima cosa che ho pensato dopo aver letto questo, è che in queste settimane le amigdale di tutti noi devono essere particolarmente attive. Sì, perché una delle funzioni principali di questa regione del cervello, è di aiutarci a riconoscere le minacce potenziali alla nostra sopravvivenza e ad attivare la reazione: paura, eccitazione, aggressività, fino al meccanismo di difesa per eccellenza, chiamato fight or flight (attacca o fuggi).

Ed ancora più interessante è che a differenza dell’ippocampo (zona cerebrale di cui l’amigdala fa parte), che elabora il ricordo oggettivo delle esperienze vissute privo di tracce emotive, l’amigdala invece, elabora ed immagazzina proprio il tessuto emotivo relativo agli eventi vissuti, così che al ripetersi di un evento, noi sperimenteremo di nuovo le stesse emozioni provate nel passato. Ciò significa che nell’amigdala sono depositati traumi, fobie, ansie, memorie del passato e tutto il carico emotivo che ne deriva.

Mentre ancora non mi capacito di come tutto questo mi sia arrivato di botto quella mattina, rivolgo un pensiero in alto e ringrazio interiormente per questa grande opportunità di riflessione che mi viene data. E allora cerco di fare altri passi, di andare ancora un po’ più giù. Cosa stiamo vivendo esattamente in questi giorni?

Ovviamente posso riflettere solo per ciò che conosco in quanto parte della mia realtà, che è ben diversa da chi sta vivendo queste settimane in prima linea, come i malati, i familiari degli ammalati, tutto il personale medico ed infermieristico e tutti coloro che ogni giorno affrontano la dura battaglia guardando in faccia questo nemico invisibile che tanto sta trasformando le nostre vite. La mia realtà è infinitamente più piccola, la realtà di tutti coloro che hanno ristretto le proprie vite, la realtà di chi nonostante tutto si sente “abbastanza” al sicuro nella propria casa, con i contatti con il mondo esterno ridotti più o meno a zero.

Quindi rifletto. Dall’11 marzo, sono uscita di casa per andare in farmacia o al supermercato 3 volte. Le prime due ero abbastanza tranquilla. La terza piuttosto nervosa. Poche persone in giro. Tutti con guanti e mascherine (io compresa).

Eppure so che il virus non è nell’aria. So che si trova sulle superfici. So che basta fare molta attenzione a cosa si tocca, a non mettere le mani in bocca, a lavarle molto bene appena rientrati a casa, eccetera eccetera. Ma sono nervosa. Sento qualcosa in lontananza, che potrei chiamare paura. Non le lascio lo spazio per espandersi, c’è in me un centro calmo, ma la sento.

E la sento anche quando sono in casa. Sento questa onda in periferia che tocca i miei pensieri. La sento quando penso alle persone care che vivono nelle regioni più colpite. La sento quando ascolto le ultime notizie. Anzi, la sento già da prima, quando durante la giornata qualcosa mi spinge ad aprire il pc e a cercare le ultime notizie. La sento quando penso che non lavoro da 3 settimane, e che non ho la più pallida idea di quando potrò ricominciare a farlo. La sento quando vorrei poter usare in qualche modo tutto questo Tempo che finalmente ho, e invece non posso muovermi da casa.

La osservo e la percepisco come qualcosa che esiste a prescindere da come mi sento, anzi, forse, più cerco di sentirmi tranquilla, e più questa onda cerca di raggiungermi. Più le notizie si fanno allarmanti, e più l’onda cresce, anche se le notizie riguardano situazioni lontane, e io so di essere tutto sommato al sicuro. Ma oggi, so di avere l’amigdala. E che dietro tutto questo sentire c’è lei. Adesso so che in me si è attivato un sistema di protezione, il cui compito è di farmi sentire in allarme, perché intorno a me c’è un pericolo potenziale e il mio sistema mi vuole vigile, pronta al fight or flight. E finalmente qualcosa dentro di me si rilassa. Si allenta.

Adesso sento quell’onda periferica diventare più tenue… fino a scomparire. Fuori non è cambiato nulla, ma è cambiato qualcosa dentro. La consapevolezza dei nostri meccanismi inconsci è fondamentale per affrontare questi momenti in cui la paura, il pensiero negativo potrebbero sopraffarci e farci vivere l’isolamento a cui siamo costretti in modo ancora peggiore di quanto effettivamente non sia.

E quando ci si rilassa dentro, qualcosa si espande sia dentro che fuori. Si crea uno spazio nel quale accogliere questo momento di difficoltà e di incertezza con un altro atteggiamento. E allora si crea spazio per gioire di tutte le piccole cose che questo isolamento forzato ci ha portato. Tempo. Qualità nei rapporti. Solidarietà. Unione.

È evidente che, da quando l’isolamento è iniziato, tanto ci è stato tolto, ma altrettanto ci è stato dato. Attraverso i social ho potuto leggere moltissime persone apprezzare la lentezza che finalmente accompagna le nostre giornate. Tempo da trascorrere con i cari. Tempo per cucinare. Tempo per ascoltare i bambini. Tempo per leggere. Tempo per pensare agli altri. Tempo per condividere. Ho letto di tante persone che hanno ricevuto cibo in dono da un vicino. Tempo per cantare dai balconi.

Ecco, tanto più saremo capaci di aprirci a quanto di più prezioso questo tempo difficile ci sta portando, tanto più il nostro sistema nervoso registrerà Tempo di Pace. E quando questa emergenza sarà finalmente alle nostre spalle, saremo già pronti a portare questa Pace da dentro a fuori. Pronti a costruire il nostro Nuovo Futuro da  uno spazio di Pace e non da uno spazio di paura o di mancanza.

La Pace sia In Noi.

 

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