Lakshmi, la manager di Ananda che ascolta il cuore.

Nel mese della Madre Divina, incontriamo Lakshmi, la manager che dirige Ananda con principi spirituali, dopo l’esperienza maturata in una holding internazionale.

di Shraddha Giulia Calligaro

Lakshmi è una delle forme dell’energia femminile di Dio, celebrata in modo speciale nel mese di maggio. Basta dare un occhio allo splendore della natura in questi giorni per sentirne l’amore e per constatarne l’infinita varietà di profumi e colori. Della Madre Divina Lakshmi rappresenta proprio l’abbondanza, la fertilità, la bellezza e la luce. Queste qualità per Fulvia d’Alessio rappresentarono invece la direzione del cammino, secondo quanto vide Swami Kriyananda nel 2011, che le diede il nome spirituale della grande Devi. Fulvia era manager in una holding spagnola, Lakshmi oggi ha la grande responsabilità del management di Ananda Assisi. Un ponte che l’ha traghettata dalla mente al cuore.

Come iniziò questo processo di trasformazione?

Sono rimasta agnostica per tanto tempo, in una terra di mezzo tra il pensare che Dio esistesse e che non esistesse. Poi sono diventata mamma e una notte mia figlia, aveva 4 anni allora, si è svegliata. Era spaventata: diceva che aveva paura della morte, sua e nostra. Non sapevo cosa dirle ma ho sentito la responsabilità di cercare delle risposte. Ha aperto in me una porta da cui è partita tutta la ricerca. Sono iniziati ad arrivarmi i libri giusti, per caso un giorno vicino alla sua scuola materna ho trovato la pubblicità di un corso di yoga e ho aderito subito. L’insegnante era una kriyaban con la Self Realization Fellowship, siamo diventate amiche. Un giorno mi ha invitato a casa sua e sul suo altare ho visto la foto di Yogananda: “Ma io lo conosco!”, ho affermato. Così ho preso Autobiografia di uno Yogi e ho avuto subito la sensazione di un riconoscimento e di risvegliare memorie antiche. A una fiera a Milano poi ho visto una bancherella di Ananda, l’anno dopo sono venuta ad Assisi a fare un week-end. Era il 1999. Nel 2013 mi sono trasferita qui, 2 giorni prima che Swami lasciasse il corpo. Una benedizione.

Come è stato il passaggio dalla tua vita a Milano alla vita ad Ananda?

Il passaggio si è preparato da sé. Nel frattempo mi ero separata, mia figlia viveva con suo padre per quei conflitti che possono nascere nell’adolescenza tra madri e figlie, quindi potevo cambiare luogo. Quanto agli amici, in realtà non si perdono mai. Lasciare il lavoro, poi, è stato facilissimo: ero manager in una holding spagnola che aveva il core business nel settore famaceutico, ma sentivo di aver concluso quel ciclo. Soprattutto ho fatto una promessa al Maestro: percepivo che ero in un cambio energetico molto forte, e anche se ho sempre spinto per raggiungere i miei obiettivi, mi sono arresa, ho promesso di fare solo quello che mi avrebbe chiesto. Di non chiedere niente, di essere a sua totale disposizione. Sono entrata nel sistema ashram, che vuol dire vita molto semplice e alti ideali, cento per cento della vita dedicata al Maestro e alla sua opera, casa in condivisione. Un nuovo approccio molto più interiorizzato e volto a servire gli altri e Dio.

E come ti sei trovata in questa nuova vita?

Ananda per me era già casa. Negli anni precedenti ero venuta moltissime volte e fin da subito ho fatto servizio. Volevo vedere dietro le quinte come facessero le persone qui ad essere così luminose e felici. Mentre le cose del mio precedente mondo le avevo già lasciate. Quindi è stato tutto molto naturale.

Da manager nel mondo a manager ad Ananda. Quali sono le differenze?

Non è successo subito. Per i primi 6 mesi ho fatto “solo” servizio. Cose molto pratiche che mi tenevano in spazi diversi dalla mente e dai vecchi processi. E lo spazio che si libera tra i pensieri più facilmente è offerto a Dio. Per 2 anni ho lavorato poi all’expanding team, cercando di portare un cambiamento, avevamo infatti bisogno di fare una comunicazione diversa. E poi mi hanno proposto di diventare manager. Sono rimasta interdetta, poiché di solito qui non si fa mai fare quello che sai già fare, per non ritornare nei vecchi solchi e perché la lezione l’hai già imparata. Nei ruoli che ricopri qui ci sono criteri diversi, ovvero tutta questa vita ha un unico e solo fine: portarti più velocemente a Dio e alla realizzazione del tuo più alto Sé. Non è un ambiente bucolico, non è un ambiente easy, ma è un ambiente denso di sfide, e sono proprio queste che ci fanno crescere. Ecco, ci ho pensato un po’ e ho accolto la mia sfida, ho visto che c’era un senso profondo per farlo.

E quali sono le principali sfide di un manager spirituale, ad Ananda?

Posso solo parlare per me, appunto. E le mie sfide sono state accorgermi che sono fragile, perché ho dovuto tirare giù tutti gli scudi che in una professione di questo tipo nel mondo devi tirare su, soprattutto se sei una donna. Ero abituata a guidare delle persone che rispondevano secondo certe linee guida, era sicuramente più facile, le mete erano leggibili: la carriera, il denaro… Invece qui non funzionano queste molle: qui funziona solo quello che parte dal cuore. Fuori c’è meritocrazia, qui equanimità. Le persone vengono collocate nel ruolo che le fa crescere, e le decisioni vengono prese con questa mappa: le persone vengono sempre prima delle cose. Fuori c’è grande frenesia, qui una frenetica calma: “calmamente attivi, attivamente calmi”, come diceva Yogananda. Ovvero tantissime cose da fare, ma anche il ritorno quotidiano al nostro centro di luce.

In questi 2 ultimi anni come si sono manifestate queste sfide?

La cosa più evidente è che sicuramente stiamo attraversando una situazione economica molto sfidante, restare chiusi non è stato facile. Ma con lo sforzo di tutti e l’aiuto di tanti donatori siamo ancora qui. Molte persone hanno compreso il nostro entusiasmo di continuare a sostenere online, anche se gran parte delle nostre attività erano gratuite. Dal punto di vista interno, poi, gli ultimi due anni ci hanno fatto capire che è importante sviluppare l’autosufficienza della comunità. Perché noi siamo una famiglia, bisogna andare avanti comunque e andare avanti insieme. Io mi sono trovata spesso la responsabilità di fare delle scelte, insieme alle nostre guide spirituali, anche quando non erano condivise. Ad esempio la decisione di attenerci sempre alle normative Covid previste dalla legge, anche se non era una cosa condivisa. Ma ancora c’è stata “unione nella diversità”: questo è divenuto il nostro motto.

E il post pandemia come lo vedi?

Sono stati messi molti semi che germoglieranno. Sta avvenendo anche un cambio generazionale. Abbiamo con noi i pionieri, ma se vedi le storie di Ananda, ci sono sempre state delle grandi prove che hanno preparato il futuro. Come quando ci fu l’incendio ad Ananda Village. Ogni nuova sfida dà l’opportunità di riscegliere se restare o no, e quindi di consolidare le proprie scelte. Qui forze fresche ci stanno aiutando ad utilizzare strumenti nuovi. E il sogno di Swami si fa sempre più chiaro e attuale.

Oggi le restrizioni sono state tolte, cosa trova chi viene ad Ananda?

Troverà dei cambiamenti, questi 2 anni sono stati importanti per tutti. Nei mesi passati abbiamo avuto il settanta per cento di ospiti nuovi, è evidente che c’è più presa di consapevolezza. A livello pratico, abbiamo creato dei corsi che vanno più in profondità, per persone nuove e vecchi amici, secondo la vera scienza dello yoga. E anche nuovi “corsi satsang”, in cui c’è condivisione, perché questo è mancato con il Covid. In più abbiamo il nostro sito di corsi online, registrati e live. Siamo cresciuti e stiamo ascoltando le persone e i nuovi bisogni.

Come senti che andrà?

Il nostro Maestro dice che stiamo andando verso la luce. Più persone hanno bisogno di dare cibo al buco che si è aperto. Di dare il nome di Dio alla loro ricerca della felicità.

Un messaggio per gli ospiti?

Non vediamo l’ora di accogliervi, solo insieme possiamo tutti crescere.

 

 

 

 

 

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