“Mangiavamo solo verdure di stagione”. Intervista a Helmut Lauer

Nel mese dedicato al tema della comunità, uno dei doni di Yogananda all’umanità, Helmut racconta la sua vita da un paesino della Germania a Terre di Luce di Ananda, con la stessa fedeltà alla natura.

di Giulia Calligaro

Helmut unisce in sé la saggezza di un filosofo e la purezza di un bambino. Passa le dita tra le pagine belle e meno belle della vita senza mai tradire un rancore, un rimpianto, una spina rimasta a metà, a pungere il cuore. E insieme accoglie i ricordi che vengono a galla con lo stupore negli occhi, come si accorgesse per la prima volta di così tanta storia, accaduta proprio a lui. Allora, quando la fantasia del Creatore eccede il contenitore del cuore e vorrebbe liquefare lo sguardo, con una battuta sotto i baffi riporta tutto il Cielo in terra, e apre un sorriso. È quella stessa terra in cui ha intinto le mani fin da quando era bambino, in un piccolo centro vicino a Heidelberg, dov’è nato circa 70 anni fa, e in cui ancora oggi mette le radici della sua vita, nella comunità di Ananda, sui colli di Assisi.

Cosa ricordi della vita naturale di quando eri bambino?

Stavo sempre in mezzo alle cose vive, avevamo una fattoria, e vivevamo di quello che c’era. Possiamo dire che avevamo la nostra autosufficienza, oppure che mangiavamo solo quello che dava in ogni stagione la terra: grano, biete, patate, cavolo. Le arance le ho conosciute a 13 anni. Ma lo stesso per me era bellissimo. Ero con i miei 5 fratelli e una sorella. Mio padre era un uomo semplice, un contadino, ma conosceva Kant, Nietszche e Hegel. Le vacanze da scuola erano la stagione del fieno, della piantumazione, del raccolto, mentre gli altri iniziavano già ad andare a ragazze. Però io ero sempre abbronzato…

Devi a tuo padre la vocazione spirituale?

Probabilmente sì. Lui era molto puntiglioso con la verità, una specie di buddista senza saperlo, in una terra protestante. Ma prima di realizzare la mia strada, avrei dovuto sperimentare una serie di pagine intense. All’età del liceo mi sono spostato a Heidelberg, dove ho iniziato anche l’università. Imperversava il ’68, sono diventato un comunista attivo, anche se nell’orecchio riecheggiavano talvolta le parole di mio padre che diceva che quella era una falsa idea di uguaglianza: lui era per un socialismo spirituale. Poi, dal tempo dei figli dei fiori sono passato anche a quello delle droghe. E lì c’è stato il capitolo più buio. Ma era tutto dentro un piano divino, ora lo so.

E come si è dispiegato questo piano?

Il primo seme era in un libro che si leggeva in quegli anni, Be here now di Ram Dass: lì lessi per la prima volta di Ananda, ma ancora non ero pronto, dovevo toccare il fondo e risalire. In questo mi ha aiutato molto conoscere la mia attuale moglie, Mayadevi. Lei non usò mezzi termini, mentre io entravo e uscivo dai vizi: “O me o le droghe”, mi minacciò. E io scelsi lei. Iniziò la risalita. In realtà, anche quando ero nella mia “notte dell’anima”, all’improvviso mi ero ritrovato a pregare, da bambino mia madre ci aveva abituati a farlo. E un seme di luce aveva iniziato a crescere. Dopo poco con Mayadevi ci siamo trasferiti a Francoforte, io ho imparato il mestiere di restauratore e con un gruppo di amici abbiamo iniziato a meditare. Facevamo la meditazione trascendentale.

Ananda a che punto della storia arriva?

Ci siamo quasi. Uno del gruppo a un certo punto annuncia che sarebbe venuto in città uno Swami americano: era Kriyananda. Quando lo vidi ebbe per me un forte impatto nell’anima. Ho pensato: voglio quello che sento esserci dentro quell’uomo. Così sono venuto a sapere degli insegnamenti di Yogananda. E Swami ci visitò molte volte, alla fine ci invitò in Italia, a Como, dove era appena nata Ananda. E infatti andammo a trovarlo: solo che decidemmo subito di trasferirci, di vivere come quelle persone. Restava solo da trovare un modo per dirlo alle famiglie. Mayadevi andò per le spicce: a cena non si trattenne e parlò. Ci presero per matti, ma partimmo per l’America.

Cosa vi conquistò di Ananda?

La vita semplice con alti ideali. Essere dentro una cosa che stava nascendo e crescendo con così grande fermento e ricchezza interiore. Allora Ananda Village era una giungla: nulla che ricordi quello che c’è adesso, eppure furono tempi pieni e meravigliosi. Dopo due anni l’avventura ricominciò ad Assisi, anche lì iniziò l’opera di costruzione. Noi arrivammo casualmente, se esistesse il caso, il giorno del compleanno del Maestro (5 gennaio, ndr). Di quel periodo ricordo la grande forza di Swami che ci guidava, una Fiat van che chiamavamo lo “screamer” per quanto faceva rumore, e la voglia di cambiare il mondo. Mi sembra incredibile che da allora siano già passati 30 anni.

E il lavoro a contatto con la terra?

All’inizio c’erano tante altre urgenze: l’edificio del Rifugio da costruire, poi è nata l’attività di Inner Life, ma dove siamo andati con Mayadevi abbiamo sempre fatto l’orto e avevamo le nostre verdure. E ad Ananda con Shivani avevamo iniziato presto a piantare verdure per tutti, vicino al tempio. Poi, 12-13 anni fa, come comunità abbiamo iniziato a fare i primi passi per produrre: all’inizio sono venuti gli orti sotto il Rifugio, e poi Terre di Luce, un’associazione agricola nata da 30 persone e dove abbiamo iniziato a far crescere una parte del nostro fabbisogno. Swami aveva voluto comprare quelle terre affinché nessuno costruisse qualcosa che fosse disarmonico con i nostri ideali. Ora è nato anche Ananda Bio, e l’idea è quella un po’ alla volta di camminare verso l’autosufficienza, come auspicava Yogananda, avvertendo che sarebbero arrivati tempi difficili.

Che tipo di agricoltura fate?

Cerchiamo di seguire la natura in modo naturale, diciamo. Non usiamo mai i pesticidi ma solo erbe fermentate, concimiamo solo con il letame, abbiniamo le piante in modo che si rafforzino a vicenda. Facciamo rotazione delle colture per dare respiro alla terra: anche il suolo ha le sue simpatie. In permacultura si dice che ci sono tre valori: “cura per la terra, cura per le persone, condivisione del surplus”. E poi un principio: “osserva e applica”. Non c’è un dogma, si lavora con la vita. La terra di suo è un organismo vivo, e come noi ha bisogno di rispetto, invece ormai nel mondo Occidentale è completamente arida, senza concimare non avrebbe forza a sufficienza. Ha bisogno di una tregua, e ora forse se l’è presa. Questa pausa mondiale ha restituito colori e limpidezze che non si vedevano da tanto. Quest’anno c’è una primavera incredibile!

Com’è stato il lockdown sui colli di Ananda? E come vedi il futuro?

Io l’ho vissuto in modo molto sereno: la mia vita non è cambiata, sto preparando la terra e piantando. Ma credo che questo sia stato un wake-up call per tutti, e se non ripartiamo considerando che dobbiamo convivere con tutte le altre forme di vita, l’avviso che ci darà la natura sarà sempre più forte. Quello che serve per essere felici è avere quello che la terra ci dà con rispetto e pazienza. Quindi ancora, come quando ero bambino, rinunciare a qualcosa, ma vivere felici con i raccolti naturali di pomodori, carote, cicorie, cavoli. Ogni cosa al momento giusto, secondo la stagione, come disposto dal Creatore. Chiesero ad Ananda Moi Ma, la grande santa del Bengala, in occasione di un’altra crisi, come uscirne. Lei rispose: “Non credete che il Signore che ha creato tutto questo avrà anche un occhio sopra a tutto?”. Ecco dovremmo sollevare le mani, controllare meno, farci da parte e offrirci come strumenti di questa forza divina.

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