Ho imparato ad andare piano, grazie al lockdown e al mio cane

“La vita ricomincerà a correre, ma non perdiamo quello che abbiamo imparato in questo tempo: affidamento, lentezza, ascolto”. La testimonianza di Radhika, abituata ad andare sempre di fretta.

Ora che l’emergenza sembra essere superata, un po’ tutti ci stiamo confrontando con ciò che siamo diventati. Stiamo scoprendo come questi mesi di isolamento ci hanno trasformato. Perché certo, un’esperienza come questa, difficilmente ti consente di rimanere esattamente ciò che eri prima.

L’anno scorso, io e mio marito avevamo pianificato di farci un regalo a marzo di quest’anno. Avevamo deciso che saremmo andati in India, paese che amiamo particolarmente, e che avremmo soggiornato all’inizio in due luoghi diversi per una seclusion (un ritiro di silenzio e meditazione), per poi ritrovarci e goderci una settimana insieme in un altro luogo da noi molto amato. Ognuno di noi aveva scelto il posto speciale nel quale avrebbe trascorso la sua seclusion. Un posto caro al cuore.

Ma i piani divini erano ben diversi, e prevedevano che la seclusion sarebbe stata parecchio più lunga di quella pianificata, e che sarebbe avvenuta a casa.

Il senso del messaggio mi è apparso subito forte e chiaro: non devi andare dall’altra parte del mondo a scoprire chi sei. È nella tua casa che puoi scoprirlo. È dalla tua casa nel mondo fisico che puoi iniziare il viaggio nella tua Casa interiore.

E così è stato.

Ed eccoci qui, due mesi dopo. Con un senso di sollievo che si accompagna ad una profonda incertezza. Ma se è vero che il futuro è ancora molto incerto, è anche vero che quello che tutti noi saremo da qui in avanti, dipende totalmente da ciò che questi due mesi ci hanno insegnato. O meglio, da quello che siamo stati disposti ad accogliere rispetto a tutto ciò che ci è arrivato addosso come un treno impazzito.

Il mio primo impatto con il coronavirus, o meglio, il primo momento in cui ho capito che il coronavirus avrebbe avuto un impatto diretto sulla mia vita, è stato verso la fine di febbraio, quando siamo stati avvertiti che un gruppo di ragazzi che sarebbe dovuto venire ad Ananda dalla Lombardia, per seguire un corso tenuto da me e da Shantidev, molto probabilmente non avrebbe potuto lasciare la regione. Erano i giorni in cui si pensava di dichiarare zona rossa tutta la Lombardia, e in cui noi, qui, sulla cima della montagna, ci sentivamo lontani dal caos che piano piano stava avvolgendo le città. Da lì in poi, in pochi giorni l’emergenza ci ha travolti tutti. E lockdown fu.

La prima sensazione che ricordo è stato lo spaesamento. Il mio lavoro mi porta a spostarmi continuamente, ogni weekend in una città diversa, secondo un preciso calendario pianificato con cadenza annuale. La mia routine, dunque, è un continuo partire e tornare, partire e tornare.

Ecco perché, quando il lockdown ha preso possesso della mia vita, ho provato un senso di profondo spaesamento: mi potevo fermare. Mi DOVEVO fermare. Wow. Che botta. Soprattutto che strano smettere di programmare. Di incastrare. Proprio perché sono a casa pochi giorni alla settimana, il mio servizio per Ananda è sempre stato un preciso incastro di impegni, di priorità, di schede. E invece allora, all’improvviso, dovevo stare in casa e non dovevo lavorare, né fare servizio.
Wow.

In un primo momento, l’incertezza del non avere idea di quando avrei potuto ricominciare a lavorare mi ha creato molta ansia, perfino paura. Ma siccome tanto non c’era niente che avrei potuto fare, mi sono arresa, lasciata andare. Ecco quanto è preziosa la dimensione verticale della vita. Quando sul piano orizzontale le cose perdono senso, non funzionano, è li, nella verticalità che hai saputo dare alla tua vita, che ritrovi il senso vero di ciò che accade, di ciò che vivi. E allora mi sono “affidata”.

E lì piano piano è cominciata la Magia. Piano piano quella inevitabile tensione che mi accompagnava mentre vivevo passando freneticamente da una cosa all’altra, ha iniziato a sciogliersi. E allora ho iniziato a vedere tutto con occhi diversi. La mia casa, che di solito vivevo come uno “scalo” nel quale transitare tra una cosa e l’altra, è diventata un nido. Le giornate improvvisamente svuotate dalle miriadi di impegni, si sono riempite di “momenti”.

Perfino la mia amata cagnona mi ha mostrato nuovi aspetti di lei, che altrimenti non avrei potuto cogliere. È una vecchietta di 12 anni, che non riesce più a correre, quindi da tempo abbiamo dimenticato i giochi forsennati di quando era in forma. Oggi siamo abituate a fare lunghe, calme passeggiate nei boschi. Poi un giorno è successo qualcosa. È successo che anche lei ha capito che c’era qualcosa di diverso. Ha capito che io avevo tempo.

Dopo la passeggiata nel bosco non è voluta rientrare a casa, ma rimanere nel fazzolettino di giardino che abbiamo fuori. Ha preso in bocca un sasso e mi ha guardato. In quello sguardo c’era di nuovo la mia cucciola che mi invitava al gioco (prendimi il sasso se ci riesci). E abbiamo iniziato a giocare. Un gioco lento. Lei trotterellava via con il sasso in bocca e io, lentamente, la inseguivo. Poi ogni tanto mi lasciava il sasso a terra perché io glielo lanciassi. E lei piano piano, lo andava a raccogliere e me lo riportava. Siamo andate avanti due ore.

Non avrei mai immaginato che in lei ci fosse ancora la voglia di fare questo vecchio gioco. Aveva solo bisogno di farlo in un altro modo, più lentamente. E così io. Ho ritrovato il piacere di tante cose che credevo non mi appartenessero più. Avevo solo bisogno di farle in un altro modo, più lentamente.

Questa profonda comprensione è il dono prezioso che mi trovo tra le mani ora che, piano piano, tutto sta tornando sui vecchi binari. E da ora in avanti è mia responsabilità non dimenticarlo, o tutto quello che è accaduto non avrà avuto senso.

 

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