Una malattia che è stata una guarigione

Una testimonianza dall’infezione da Coronavirus alla guarigione, grazie agli strumenti dell’Ananda yoga e all’affidamento a un disegno più grande. E all’unione nella preghiera e nell’amore di una grande famiglia.

di Shraddha Giulia Calligaro

Quando l’esito del tampone non lasciava più dubbi, avevo preso il Covid, ho sentito subito che mi si richiedeva una guarigione ben più profonda di quella del corpo. Per spiegarlo, riparto da un po’ più indietro.

Nei primi mesi della pandemia, all’inizio del 2020, tutti eravamo stupefatti e increduli di questo stop improvviso e globale che non lasciava vie di fuga. Anzi: c’era una sorta di dolcezza dietro alla tragedia, in questo essere tutti uniti dalla stessa sorte. Eravamo convinti che ne sarebbe venuto fuori un mondo migliore, che mai avremmo dimenticato di essere grati per ciò che resisteva sotto la pelle della nostra vulnerabilità, e che in questo ritrovarci insieme saremmo forse andati oltre l’istinto di nuove guerre. Un anno e mezzo dopo, la scorsa estate, eravamo già in un nuovo conflitto. Non era finita la battaglia con il virus, e una nuova piaga, più insidiosa, ci attendeva: quella della separazione, della divisione in fazioni, della proliferazione di sospetti e accuse. Maya, l’illusione, è molto astuta, e ciclicamente ci ipnotizza segnando a dito un nemico fuori di noi su cui far coagulare tutte le cose irrisolte che stanno dentro di noi. E quando la rabbia individuale si fa sistema diviene ideologia e guerra.

Lo ricordo perfettamente, poco prima di prendere il virus, io sentivo di essere già ammalata: la mia energia non era più calma e centrata, aveva perdite che mi stavano sfinendo. Fuori c’era un caldo estenuante, ma non mi davo posa e la mente era infiammata. Così, è stato un corso di yoga ma poteva essere un’altra circostanza, mi sono infettata. All’inizio sembrava una cosa rapida, gestibile a casa, dopo una settimana invece mi sono aggravata e sono finita all’ospedale, per qualche giorno senza che alcun esito fosse escluso. Non respiravo, il sangue si raggrumava, una cosa diversa da tutte quelle che avevo provato prima si era fatta spazio dentro al mio corpo e lo aveva mandato in tilt. Eppure continuavo a sentire sempre la stessa voce: quello che dovevo guarire era il cuore, la malattia è sempre innanzitutto un tradimento delle leggi universali, come spiega l’Ayurveda.

Fortunatamente le cose grandi portano nella grandezza e mettono in ordine quello che conta davvero, e io non so se ce l’avrei fatta senza un sentiero spirituale, senza la fede e l’affidamento, senza gli insegnamenti dello yoga. Senza le preghiere e l’amore di una grande famiglia. Senza che ciò che era diviso ritornasse a essere unito. Queste sono state le mie medicine: le voglio condividere per aiutare chi sta attraversando ora questo stesso ponte.

  1. Costanza e cura – Sul mio comodino, accanto al letto d’ospedale, ho fatto un piccolo altare, e non ho saltato neppure un giorno  le mie pratiche, per quello che le forze mi consentivano. Fosse anche solo portare le mani giunte al cuore, guardare dentro l’occhio spirituale, oltre i pensieri di paura, dentro una dimensione più grande. E neppure un giorno ho mancato di prendermi cura di me e dello spazio intorno a me, di sistemarmi, di rendere accogliente la stanza, persino di mettermi il profumo e qualche goccia di olio essenziale sul cuscino.
  2. Abbandono e fede – Nelle prime 48 ore del ricovero si giocava il mio destino: mi hanno legato intorno al viso una macchina a ventosa per respirare: se ce l’avessi fatta a convivere con lei e il mio corpo si fosse almeno un po’ ricaricato di ossigeno, non sarei finita in terapia intensiva. Dovevo sincronizzare il mio respiro a quello della macchina, e quando questo non accadeva mi sentivo soffocare. Era dura soprattutto la notte, ore infinite in cui non sapevo mai se avrei avuto fiato abbastanza per arrivare al mattino. Allora mi ritiravo in uno spazio interiore, impersonale, affidavo il mio corpo ai macchinari, agli aghi che uscivano dalle braccia. Ma io non ero lì: riposavo in un centro più profondo. Mi mettevo tra le braccia della Grazia e dei Maestri. A tratti mi sembrava persino di fondere quel respiro meccanico con il respiro cosmico. Il mattino mi svegliavo innocente, come se l’Om stesso avesse battuto il ritmo nei miei polmoni.
  3. Yoga e Ricarica – Il secondo giorno un medico mi ha suggerito di stare nel letto posata su un fianco o a pancia in giù, per aprire bene i polmoni. A quel punto mi si è accesa una luce: queste erano posizioni yoga, e io insegnavo yoga. Quindi non dovevo più aspettare solo gli esiti degli esami, potevo collaborare alla mia guarigione. Da quel momento ho fatto tutto quello che potevo per riabilitare il mio diaframma, espandere la cassa toracica facendo le posizioni anche da sdraiata, con l’uso di cuscini, e per tenere alta l’energia con gli esercizi di Ricarica, prima a letto poi in piedi. “Più forte la volontà, più forte il flusso dell’energia”, mi ripetevo continuamente le parole di Yogananda. Appena ho potuto alzarmi, ho iniziato ad abbozzare una piccola vera sadhana. Mi era chiaro in quei momenti che il mio corpo era manifestazione di una realtà più sottile, e in quella realtà c’era la mia ripresa. Non era più teoria, era pratica. (Qui alcuni esercizi: https://www.youtube.com/watch?v=MD87N_bZUHE&t=923s).
  4. Accoglienza, gratitudine e condivisione – Quello che rifiuti persiste, quello che accogli si addolcisce. Così sono passata dall’incredulità che tutto ciò stesse accadendo proprio a me alla certezza che era parte di un piano perfetto per i miei passi di crescita. Anche di fronte ai severi bollettini medici, ho cercato di fare spazio a ogni cosa, di ascoltare e interrogare i sintomi, come voci di lezioni ben più vaste che erano arrivate a me perché ero finalmente in grado di attraversarle. E non so come dire della gratitudine per ogni cosa! Un frutto fresco o le gentilezze dei medici e delle infermiere. Da allora mi piace tantissimo dire “grazie”. E questa è stata una delle cose più belle che ricordo: come tutto acquisisse un valore nuovo, e come mi rendessi conto di quanto fossi stata distratta prima. Spero di non dimenticare mai più la meraviglia che porta comunque ogni singola giornata. La notte, poiché spesso il cortisone che mi somministravano in grandi quantità mi teneva sveglia, cercavo di raccontarlo e di scrivere come la bellezza fosse persino più chiara nel buio. Era importantissimo per me rassicurare tutte le persone che mi amavano, e la pena che ho causato ai miei cari è stato il dolore più grande di questo male, e mi ha fatto rivedere molte cose.
  5. Preghiere e amore – E poi ho avuto una marea di amore intorno. E mi sono sentita parte di un disegno più grande, a cominciare dalla famiglia spirituale di Ananda. Da poco mi sono trasferita da Milano ad Assisi, e la malattia è stata un’opportunità enorme per vedere cosa significhi avere il sostegno profondo di tantissime persone che pregano per te. E per sperimentare il potere di queste preghiere nel portare l’energia divina dove ce n’è bisogno. Ho sentito sempre un sostegno inossidabile, non ho pensato mai di non farcela. E anzi: mi è nata una voglia grande di fare tante cose in questo Sentiero, e spero che i Maestri vogliano usarmi come canale.
  6. Discorsi ispiranti e dintorni – In ospedale il tempo è lungo e lento. Ne ho approfittato per ascoltare e riascoltare discorsi ispiranti. Incredibilmente ogni giorno arrivava quello giusto. E poi per ascoltare mantra e musiche elevanti, finché di nuovo ho avuto la forza di leggere. Mi sono anche resa conto di quanto non fossero urgenti tutte quelle cose per cui prima stavo correndo, fino a rompermi. Ma proprio in queste parti rotte è passata la luce.

Naturalmente ci sono stati anche momenti brutti, notti di ansia, anche di terrore. Anzi, ho capito quel che avevo passato il giorno in cui sono riuscita a piangere, a farmi pena per tutta la forza che avevo dovuto tirare fuori. Il giorno in cui ho smesso di resistere. Quando mi sono consegnata a un piano più alto. E subito dopo ho cantato, così com’ero, dentro la stanza di ospedale, con il mio pigiama a fiori che lavavo con il sapone per il viso, per averlo sempre profumato. Ma posso testimoniare di aver fatto esperienza di quanto non siamo mai, mai abbandonati, e come arrivino sempre risorse divine per far fronte a ogni cosa. Di quanto la malattia possa divenire alla fine una guarigione che ci avvicina a Dio, o attraverso cui Dio può trovare un varco in noi.

E poi, quello che ho visto nei giorni in cui avevo davanti sia la porta della vita che quella che mi portava via dalla vita è che tutte le rappresentazioni con cui ci irrigidiamo dentro delle forme si sgretolano nello spazio estremo della verità. In quello spazio non siamo nessuno degli aggettivi con cui ci definiamo, e tanto meno siamo questi urli con cui facciamo a fette l’infinito e ci facciamo a fette tra di noi. Siamo invece dentro la stessa corrente che porta con necessità il succedersi delle stagioni. Tante cellule in cui respira lo stesso respiro del creato. E quando questo respiro si inceppa in alcune parti, soffrono anche tutte le altre. Non vince nessuno in una guerra. Ma tutti vincono nell’amore.

 

 

 

 

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