Mio Dio, mio Dio – Le ultime parole di Gesù

L’esempio di Gesù ci dice che siamo sempre nel Regno di Dio, anche nei momenti in cui, credendo di essere abbandonati, in realtà lo abbandoniamo.

di Sanjaya David Connolly

“Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato” Pasqua 2021

Gesù ha parlato sette volte sulla croce, secondo quanto narra il Vangelo. Seguendo l’ordine dei quattro vangeli, le sue parole sono state:

  1. “Eli, Eli, lama sabachthani” (Mt 27:46) e la versione parallela in Marco (15:34): “Eloi, Eloi, lama sabachthani”
  2. “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. (Luca, 23:34)
  3. “In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso”. (Luca 23:43)
  4. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. (Luca 23:47)
  5. “Donna, ecco tuo figlio!” (…) “Ecco tua madre!” (Giovanni 19:26-27)
  6. “Ho sete”. (Giovanni 19:28)
  7. “Tutto è compiuto”. (Giovanni 19:30).

(Tutte le citazioni sono dalla Bibbia della Conferenza Episcopale italiana)

Possiamo dire certamente che la numero 1, 3 e 4 sono parole indirizzate a Dio, la numero 3 è indirizzata a uno dei due ladroni crocifissi con lui, la numero 5 è indirizzata a sua madre e al suo amato discepolo Giovanni. È la prima di queste affermazioni, tuttavia, quella che forse desta maggiore sorpresa.

Entrambi i vangeli di Matteo e Marco traducono “Eli, Eli, lama sabachthani” come “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato”. Quindi dobbiamo credere che Gesù, lo stesso che pronunciò “Io e mio Padre siamo uno” (Giovanni 10:30), stava davvero attraversando una crisi di fede? Era davvero piegato dal dubbio? Era questa l’eredità che voleva lasciare dopo tre anni in cui aveva incarnato i più alti insegnamenti spirituali?

Inizio premettendo che non c’è nulla nelle parole di Gesù o nelle sue azioni, durante i tre anni del suo ministero che non costituisca un insegnamento per tutta l’umanità e, di conseguenza, presumo che anche questa affermazione sia un insegnamento, anche se, a prima vista, un po’ sconcertante.

Infatti, quelli che si trovavano davanti alla croce sembrano aver sentito male o mal interpretato questa affermazione. La Bibbia riporta: “Alcuni dei presenti dicevano: ‘Costui chiama Elia’ (…) Gli altri dicevano: ‘Lascia vediamo se viene Elia a salvarlo”, (Matteo 27:47-49). E questo passaggio è quasi identico in Marco (15:35-36).

È interessante che quelli che erano nella folla non lo avessero compreso, e avessero pensato che stesse chiamando Elia (il profeta Elijah). C’è disaccordo tra i commentatori se Gesù stesse parlando in aramaico o in ebraico, ma al di là della lingua, è ugualmente sorprendente che la folla non riuscisse a capirlo, dato che entrambi gli idiomi erano parte del linguaggio comune all’epoca. E comunque, o per la lingua o perché non avevano sentito bene, i vangeli riferiscono che lo avevano frainteso.

Le parole di Gesù sono identiche a quelle che si trovano all’inizio del Salmo 22, che inizia così: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza, sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo” (Salmo 22:1-2). Forse Gesù si stava consapevolmente riferendo a questo salmo? Ci sono molti parallelismi tra questo salmo e la situazione sulla croce. Per esempio:

  • “Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: ‘Si è affidato al Signore, lui lo scampi, lo liberi, se è suo amico’” (22:8-9). Esattamente come la folla derideva Gesù quando pensava che stesse chiamando Elia e aspettavano che Elia venisse a salvarlo.
  • “…Mi assedia una banda di malvagi, hanno forato le mie mani e i miei piedi”, proprio come a Gesù che fu inchiodato alla croce dalle mani e dai piedi. (22:18-19)
  • “Si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte” (22:18). Proprio come furono sorteggiate le vesti di Gesù (Mark 15:24).
  • E il Salmo continua, con la disperazione e l’angoscia del primo verso che diventano un’affermazione di fede nel Signore: “Perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto” (22:24). Proprio come Gesù che alla fine dice: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23:46).

Gesù si stava intenzionalmente riferendo a questo salmo? C’era un insegnamento intenzionale per tutti coloro che sono in angoscia, cioè che se la nostra fede è risoluta, Dio ascolta le nostre preghiere?

Paramhansa Yogananda nella Seconda venuta di Cristo (pag. 1486) dice: “Gesù mostrò a tutta l’umanità che per quanto grandi fossero le tentazioni e le torture della carne, se uno si fosse aggrappato continuamente a Dio, avrebbe sicuramente avuto la risposta finale da Lui e la completa liberazione.” Gesù era un maestro realizzato; un uomo che aveva raggiunto l’unione con Dio. Se Gesù non fosse stato umano, il suo esempio non avrebbe significato nulla per l’umanità. È venuto per mostrare come possiamo diventare tutti figli di Dio (“A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio…”, Giovanni 1:12). Yogananda spiega (op. cit. pag. 1483) che se Gesù fosse stato solamente divino o fosse Dio disceso sulla terra, come avrebbe potuto dire con sincerità: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”? Allo stesso modo, se fosse Dio disceso sulla terra, come potrebbe dire nel Giardino dei Getsemani: “O Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia non come voglio io, ma come vuoi tu”? (Matteo 26:39). È la sua stessa umanità che rende il suo esempio rilevante per tutta l’umanità come un percorso per la vita eterna, per l’unione con Dio, e gli permette di dire: “Io sono la via, la verità e la vita: nessun uomo viene al Padre se non per mezzo di me”. (Giovanni 14: 6).

Le parole di Gesù in Matteo 27:46 sono un esempio della coscienza dell’uomo della separazione da Dio o, meglio, della mancanza di consapevolezza dell’unione con Dio, che è la poi la definizione della delusione, Maya, Satana. E queste parole pronunciate da Gesù potrebbero ben essere descritte come “l’ultima tentazione” di Satana, proprio come, all’inizio della sua missione, Gesù fu per tre volte tentato dal diavolo nel deserto.

Ma, per Gesù, quest’ultima tentazione dura solo un attimo, mentre per molti esseri umani, il loro dubbio riguardo la vera natura delle loro anime e il loro senso di separazione da Dio può durare molto di più. Potrebbe bene essere paragonata a ciò che viene di solito chiamata la “notte oscura dell’anima”.

Per quanto questa definizione si riferisca al poema scritto nel 16esimo secolo dal mistico e poeta spagnolo San Giovanni della Croce, più spesso descrive una crisi spirituale nel viaggio verso l’unione con Dio, o un senso di separazione da Dio, e mentre questa crisi spirituale di solito è temporanea, a volte può durare a lungo. Per esempio, la lunga notte di Santa Teresa di Calcutta, secondo quanto si legge nelle sue lettere, durò dal 1948 fino alla sua morte nel 1997, con solo alcuni intervalli di tregua. E ogni sincero ricercatore spirituale avrà avuto esperienza, in alcuni momenti, di questa notte oscura per periodi brevi o lunghi. Dura tanto quanto è necessario a risvegliarci alla consapevolezza che l’anima è sempre in unione con Dio, e che siamo noi ad abbandonarlo, non il contrario; che noi siamo divini di natura e che quello che manca è la nostra consapevolezza della nostra divinità o, in altre parole, la realizzazione del nostro vero Sé. Secondo Yogananda: “La realizzazione del Sé è riconoscere in tutte le parti del corpo, mente e anima che tu possiedi già ora il Regno di Dio, che non devi pregare che venga a te; che Dio è onnipresenza nella tua onnipresenza, e che tutto quello che hai bisogno di fare è di migliorare la tua conoscenza”.

Era dunque il dubbio o la crisi di fede apparentemente espressi nelle parole di Gesù un insegnamento per l’umanità riguardo una fede certa fino alla fine del nostro sentiero spirituale? Era un avviso che la tentazione nella forma del dubbio può persino arrivare all’ultimo passo prima della liberazione finale (moksha)? Tutti i grandi maestri parlano del dubbio come di uno dei più insidiosi ostacoli sul nostro cammino spirituale. Yogananda dice: “Il momento in cui il dubbio entra nella tua mente, caccialo fuori. Sommergilo nell’azione per Dio. Riconoscilo come una tentazione di Satana”. L’iconica rappresentazione della Scala della Divina Ascesa, un importante trattato ascetico per il monachesimo, scritto da John Climacus nel 600 AC circa, mostra come il tragitto verso la cima della scala, dove attende il paradiso, sia insidiato da demoni, come agenti di Satana, che cercano di far sì che le anime di coloro che mancano di perseveranza e la cui fede vacilla cadano. Ed è naturalmente quando tu sei in cima alla scala del paradiso che Satana cerca con più forza di farti cadere, perché ha molto da guadagnare.

Pasqua 2021 per molti di noi sarà piena di sfide che non avevamo previsto, ma non dobbiamo cedere alla tentazione della disperazione o credere di essere “abbandonati”. Per quanto oscura la notte dell’anima possa sembrare, sia individualmente che collettivamente, noi possiamo con ragione sperare, dato l’esempio di Gesù e la testimonianza di così tanti santi, che porterà un nuovo risveglio spirituale o, meglio, una nuova resurrezione spirituale, che è il vero significato della Pasqua.

 

Original English version

My God, my God, why hast thou forsaken me? – Easter 2021

Jesus spoke seven times on the cross according to the Gospel accounts. His words were in order of the four gospels (King James Version):

  1. Eli, Eli, lama sabachthani” (Matthew 27:46) and, the parallel verse in Mark (15:34), “Eloi, Eloi, lama sabachthani
  2. “Father, forgive them; for they know not what they do” (Luke 23:34)
  3. “Verily I say unto thee, To day shalt thou be with me in paradise” (Luke 23:43)
  4. “Father, into thy hands I commend my spirit” (Luke 23:46)
  5.  “Woman, behold thy son!” […] “Behold thy mother!” (John 19:26-27)
  6. “I thirst” (John 19:28)
  7. “It is finished” (John 19:30)

We can say with certainty that numbers 1, 2 and 4 are words addressed to God; number 3 is addressed to one of the two malefactors crucified with him; number 5 is addressed to his mother and the beloved disciple John. It is the first of these utterances, however, that perhaps causes the most surprise.

Both Matthew’s and Mark’s gospel render “Eli, Eli, lama sabachthani” as “My God, my God, why hast Thou forsaken me?” So are we to believe that Jesus, who had declared “My Father and I are one” (John 10:30), was really suffering a crisis of faith? Was he really succumbing to doubt? Was this the legacy he wished to leave after three years of professing and exemplifying the highest spiritual teachings?

I begin with the premise that there is nothing in Jesus’ words or actions during the three years of his ministry that does not constitute teaching for the whole of mankind and, consequently, I assume this utterance, too, to be a teaching, albeit, at first sight, a somewhat puzzling one.

In fact, those standing around the cross seem to have actually misheard or misinterpreted this utterance. The Bible tells us: “Some of them that stood there, when they heard that, said, This man is calling for Elias […]The rest said, Let be, let us see whether Elias will come to save him” (Matthew 27:47-49).  And this same passage is closely paralleled in Mark (15:35-36).

It is surprising and interesting that those in the crowd didn’t understand him and thought he was calling for Elias (the prophet Elijah). There is disagreement among commentators as to whether Jesus was speaking in Aramaic or in Hebrew, but regardless of the language, it is still surprising that the crowd failed to understand him, given that both languages were part of the common vernacular at the time. Nevertheless, whether because of the language he used or because his words were simply misheard, the gospel writers are clear that the crowd misunderstood him.

Jesus’ words are identical with those at the beginning of Psalm 22, which begins: “My God, my God, why hast thou forsaken me? why art thou so far from helping me, and from the words of my roaring? O my God, I cry in the daytime, but thou hearest not; and in the night season, and am not silent.” (Psalm 22:1-2, KJV). Was Jesus consciously referring to this psalm? There are numerous parallels in this psalm with his situation on the cross. For example:

  • “All they that see me laugh me to scorn: they shoot out the lip, they shake the head, saying, He trusted on the Lord that he would deliver him: let him deliver him, seeing he delighted in him” (22:7-8). Just as the crowd mocked Jesus when they thought he was calling to Elias and waited to see whether Elias would come.
  • “…the assembly of the wicked have inclosed me: they pierced my hands and my feet” (22:16). Just as Jesus was nailed hand and foot to the cross.
  • “They part my garments among them, and cast lots upon my vesture” (22:18). Just as lots were cast for Jesus’ garments (Mark 15:24).
  • And as the psalm continues, the despair and distress of the first verse becomes an affirmation of faith in the Lord: “For he hath not despised nor abhorred the affliction of the afflicted; neither hath he hid his face from him; but when he cried unto him, he heard” (22:24). Just as Jesus affirmed at the last: “Father, into thy hands I commend my spirit” (Luke 23:46).

Was Jesus making an intentional reference to this psalm? Was there an intentional teaching for all in distress that, if our faith is steadfast, God hears our cries?

Paramhansa Yogananda in The Second Coming of Christ (p. 1486) says: “Jesus showed to all humanity that no matter how great the temptations and tortures of the flesh, if one would continuously cling to God, he would surely find ultimate response from Him and complete emancipation.” Jesus was a self-realized master; a man who had attained union with God. If Jesus were not human, his example would have no meaning for humankind. He came to show how we can all become sons of God (“But as many as received him, to them gave he power to become the sons of God…” (John 1:12)). Yogananda explains (op. cit. p. 1483) that if Jesus were purely divine or were God descended on earth, how could he sincerely say: “My God, my God, why hast Thou forsaken me?”? Similarly, if he were God descended on earth, how could he say in the Garden of Gesthemene: “O my Father, if it be possible, let this cup pass from me; nevertheless not as I will, but as Thou wilt”? (Matthew 26:39). It is his very humanness that makes his example relevant to all humankind as a path to eternal life, to union with God, and permits him to say: “I am the way, the truth, and the life: no man cometh unto the Father, but by me.” (John 14:6).

Jesus’ words in Matthew 27:46 are an example of man’s consciousness of separation from God or, better, man’s lack of consciousness of union with God, which is the very definition of delusion, Maya, Satan. And this utterance of Jesus might well be described as “the last temptation” by Satan, just as at the beginning of his mission, Jesus had three times been tempted by Satan in the desert. But, for Jesus, this last temptation is momentary, while for most humans, their doubt concerning the true divine nature of their souls and their sense of separation from God can last much longer. It may usefully be likened to what is commonly termed the “dark night of the soul”.

Though this term refers to the poem written by the 16th-century Spanish mystic and poet St. John of the Cross, it more often describes a spiritual crisis in the journey toward union with God or a sense of separation from God, and while this spiritual crisis is usually temporary, it may also endure for a long time. For example, the dark night of St. Teresa of Calcutta, according to her own letters, lasted from 1948 almost until her death in 1997, with only brief intervals of respite. And every sincere spiritual seeker will, at some time, have experienced this dark night for longer or shorter periods. It lasts as long as is necessary to awaken us to the consciousness that the soul is ever in union with God, that it is we who forsake him and not the opposite; that we are already divine in nature and that what is lacking is our consciousness of our divinity or, in other words, our realization of our true self. According to Yogananda: “Self-realization is the knowing in all parts of body, mind, and soul, that you are now in possession of the kingdom of God; that you do not have to pray that it come to you; that God’s omnipresence is your omnipresence; and that all that you need to do is improve your knowing.”

Was the doubt or crisis of faith seemingly expressed in Jesus’ words a teaching for humanity concerning the need for steadfast faith to the very end of our spiritual path? Was it a warning that temptation in the form of doubt can come even at the very last step before final liberation (moksha)? All the great masters talk of doubt as one of the most treacherous obstacles on the spiritual path. Yogananda says: “The moment doubt enters your mind, cast it out. Drown it in activity for God. Recognize it as a temptation from Satan.” The iconic depiction of The Ladder of Divine Ascent, an important ascetical treatise for monasticism written by John Climacus in ca. AD 600, shows how the journey to the top of the ladder, where paradise awaits, is beset by demons, as agents of Satan, attempting to cause the souls of those who lack perseverance or whose faith wavers to fall. And, naturally, it’s when you’re almost at the top of the ladder to paradise that Satan tries hardest to make you fall, because he has more to gain.

Easter 2021 will be an exceptionally challenging one for many of us, but we must never give in to the temptation to despair or believe that we are “forsaken”. However dark the present night of the soul may seem, both individually and collectively, we may justifiably hope, given the example of Jesus and the testimony of so many saints, that it will bring a new spiritual awakening or, better, a new spiritual resurrection, which is the true meaning of Easter.

 

 

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