Varanasi, scintille di eternità

India 4. La sacra città indiana in cui la vita e la morte si tengono per mano.

di Giulia Calligaro

A Varanasi lo senti subito che il corpo è appena un vestito in cui la vita passa per un tempo e scrive uno dei tanti capitoli dell’eternità. Basta camminare lungo la linea dei Ghat, i grandi banchi di pietra che scendono sul Gange, per comprendere che non ce la puoi fare senza spezzarti, se non lasci andare ogni appiglio, se non apri spazi di puro presente a tutte le declinazioni dell’essere: chi fa il bagno e rassetta pezzi di stoffa logora nelle acque torbide del fiume, sadhu in dhoti zafferano (rinuncianti, usualmente indossano solo un panno intorno all vita e sul petto, ndr) coperti di cenere e raccolti in meditazione, o che posano per i turisti; i colori sgargianti dei saari delle donne che si sollevano dalle barche di legno, i devoti che pregano nei piccoli templi, eretti ad ogni angolo della riva.

Ancora, cuccioli di cane con la pelle tesa sulle ossa che si contendono angoli di calore nei grembi prosciugati delle madri; capre, mucche e uccelli acquatici che rimescolano i resti del cibo della giornata lasciati per loro sulla strada, in nome di quella la comunione ravvicinata che qui necessariamente si pratica con ogni cosa; bambini con vestiti fuori misura che al tramonto tirano i fili di nylon degli aquiloni in mezzo al fumo dei corpi che bruciano nei fuochi crematori, proprio davanti ai baracchini dove si continua, come un’abitudine che ha metabolizzato ogni sentire, a bere tè speziato. La vita e la morte non potrebbero essere più vicine e dichiarare con più chiarezza la loro illusorietà.

Manikarnika Ghat, il più famoso ghat crematorio dell’India, è un’esperienza per anime forti, pronte a guardare in faccia la verità. Per ventiquattro ore ogni giorno grandi pire di legna divorano i cadaveri fasciati dentro bardamenti consacrati, mentre la vita che spira si confonde con il vapore dell’acqua, restituendo un senso di tempo rallentato, sciolto in una dimensione nuova. D’altro canto ogni sincero indù desidera lasciare le proprie ceneri in questa città che racconta continuamente qualcosa che va oltre la forma terrena: come riguardasse la terra senza appartenervi. Uno stargate verso l’aldilà, verso la libertà.

La mitologia indiana racconta, infatti, che Varanasi fu fondata dallo stesso Shiva, in tempi lontani che si perdono prima dell’inizio di ogni altra Storia. Si dice addirittura che la città posi sul suo tridente, che non sia realmente in Terra. Che funzioni come un sacro “yantra”, un meccanismo energetico di trasformazione, puntellato dagli infiniti templi e angoli votivi, creato secondo geometrie precise, per restituire un’esperienza che connette direttamente con la realtà cosmica. In tutto si contano 468 templi, 108 quelli principali: 54 dedicati a Shakti – l’energia femminile -, 54 a Shiva, l’energia maschile. E 72 mila sono i canali di energia del tempio e della città, come le nadi (i canali in cui passa il prana o forza vitale) nel corpo umano: in una continua sorprendente corrispondenza tra macro e microcosmo.

Si dice anche che Shiva, che a Varanasi si dà per lo più nella forma di Kala Bhairav, il “distruttore del tempo”, abbia manifestato Varanasi come un pilastro di luce: una linea in cui il tempo si sospende, in uno spazio dove scorre l’eternità. Sono 8 i templi che gli vengono dedicati con questo volto, di cui uno presente vicino ad ogni spazio crematorio, a fungere da portale tra la vita e la morte. E niente potrebbe raccontare meglio l’unico possibile passaggio da cui puoi attraversare la città. Per questo molti grandi Maestri ne fecero luogo prediletto di pellegrinaggio e molti altri nacquero in questa terra così poco terrena.

Buddha tenne qui il suo primo discorso, dopo l’illuminazione; Anandamayi Maa, una delle più dolci incarnazioni recenti della Madre divina – l’energia materna di Dio – vi espanse le sue infinite onde d’amore, che ancora si respirano in un piccolo e bellissimo ashram che si sporge sui Ghat, e Lahiri Mahasaya, chiamato amichevolmente anche Kashi Baba, come un simbolo della maestria della città, iniziò qui a diffondere il Kriya Yoga, una tecnica che porta alla profonda meditazione, anche a chi non era votato a una vita di rinuncia. Fu così che, tramite Paramhansa Yogananda, discepolo del suo discepolo Sri Yukteswar, il Kriya arrivò anche in Occidente. In Europa, ha ad Ananda il suo principale centro di diffusione, per quanto riguarda il sentiero che si diramò da Yogananda attraverso Swami Kriyananda.

E tutto torna, ho capito in questi giorni di permanenza nella città santa indiana. Meditando e ritornando al centro con tecniche profonde come il Kriya, senti che quel pilastro di luce in cui puoi camminare al di là della vita e della morte è in realtà dentro di te, nel profondo della tua spina dorsale: che è lì che non sei più il tuo corpo, e che puoi lasciare bruciare l’illusione della materia e del tempo. Essere veramente libero, ricordare chi sei e trovare infine in te le scintille dell’eternità.

Una piccola pratica di Ananda yoga per lasciar andare ogni appiglio e connettersi con la libertà.

GOMUKHASANA

Gomukhasana

Siediti – direttamente sul tappetino o usando un cuscino – con le ginocchia flesse e i piedi davanti a te. Fai passare il piede sinistro sotto il ginocchio destro, mettendo il piede a lato dell’anca destra. Quindi appoggia il ginocchio destro direttamente sopra il ginocchio sinistro, con il piede a lato dell’anca sinistra. Porta il braccio destro dietro la schiena, con il gomito piegato e le dita che si allungano verso le scapole. A questo punto, inspira e allunga in alto il braccio sinistro, e poi flettilo avvicinando le dita alle dita della mano destra: se puoi afferrale. Il braccio sinistro deve restare verticale, la spina dorsale eretta, il petto e le spalle aperti. Mentre sei nell’asana, inizia a respirare e ad espandere il cuore, come se con ogni inspirazione riuscissi a liberarti dalle sbarre della gabbia in cui l’hai messo al sicuro, liberarti dalla paura, fino ad assaporare il gusto della libertà. Afferma: «Libero nel mio cuore, vivo senza paura». Ripeti dall’altro lato.

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