Vivere “in yoga” 1: Tapasya

Perché non ti dai il proposito di vivere “in yoga” ogni giorno del nuovo anno? Iniziando da Tapasya: la disciplina per accendere il fuoco interiore.

di Francesca Nicastro

Da quando ho incontrato l’arte dello yoga, dedico i primi giorni del nuovo anno a fissare i propositi per i mesi a venire. Stavolta mi sono data un obiettivo alto: vivere “in yoga” ogni giorno. Che per me significa:

  • essere stabilmente connessa con la parte più autentica di me
  • fluire con la Vita
  • percepirmi in comunione con la Natura e con le altre creature viventi
  • sentirmi in sintonia con le mie Guide spirituali

In tale stato di coscienza, osservo che gli ostacoli si depotenziano, diminuiscono i conflitti, mi sento sostenuta. Grazie a ciò che fluisce attraverso di me, sento di poter essere d’aiuto a me stessa e agli altri.

Dalle scritture dello yoga ho appreso che per riuscire a vivere “in yoga” bisogna aver acceso il fuoco interiore attraverso tapah, ovvero un processo regolato di purificazione.
Uno sguardo alle fonti
Patanjali, negli Yoga Sutra, spiega che servono tre ingredienti per vivere “in yoga”:

  • ascesi (tapah),
  • introspezione (svadhyaya)
  • e affidamento a Dio (ishvarapranidhana).

Il sutra di riferimento è il primo del Sadhana Pada, il capitolo dedicato alla disciplina:
tapahsvadhyayeshvarapranidhanidhanani kriyayogah
La traduzione letterale è:
Per riuscire a mettere in pratica lo yoga (kriyayogah) servono ascesi, conoscenza di sé, affidamento a Dio.

In seguito vediamo il commento di Swami Kriyananda.

Tapah: il gioco che vale la candela

Tapah è la prima parola che Brahma sente risuonare nel vuoto cosmico dopo la sua nascita. Brahma ha il compito di creare il mondo e per poterlo fare gli viene data da Dio l’indicazione di purificarsi. Farà ascesi per mille anni e poi inizierà la creazione (Bhagavata Purana 2,9).

Ogni atto di creazione, dunque, richiede una mente e un cuore purificati.
A pratiche ascetiche si sottoponevano anche i saggi (rishi) vedici per poter canalizzare le Verità divine più elevate.
Praticare austerità è dunque fondamentale per chi intraprende un cammino di elevazione della coscienza allo scopo di potersi offrire al Divino come canale puro.

L’ascesi infatti accende il fuoco interiore, l’ardore spirituale, il vigore morale. Fa diventare più consapevoli e forti fisicamente, mentalmente e spiritualmente.
La principale ascesi è la sadhana quotidiana, cioè le pratiche che ogni sentiero autentico richiedono al sadhaka, il praticante.

Ma ci sono altre azioni che si possono compiere per accendere il fuoco interiore o rintuzzarlo quando ci si   accorge che si è indebolito.

Tapah nella quotidianità: 7 idee

  1. Se non hai già una disciplina giornaliera, puoi proporti di iniziarla ora, dedicando dapprima dieci minuti e poi via via incrementando il tempo. La pratica degli Esercizi di Ricarica è un buon inizio. Parti sempre con poco, ma sii regolare: ogni giorno alla stessa ora. Qui il video con gli EdR guidati [www.anandaedizioni.it/yogoda-il-video/]. L’ideale è impararli da chi li pratica. Qui trovi il calendario dei corsi ad Ananda [https://corsi.ananda.it/calendario-corsi/].
  2. Se invece hai già una tua sadhana, puoi decidere di approfondirla, magari aumentando il tempo, la quantità e la qualità delle tue pratiche. Datti sempre degli obiettivi sostenibili, per non dover sperimentare la frustrazione di non raggiungerli o mantenerli.
  3. Prima della sadhana mattutina, puoi proporti di fare una doccia fredda, come fanno tutt’oggi gli yogi. È favolosa per il corpo e per lo spirito. Qui il tutorial su come farsi una vera doccia yogica [ https://www.youtube.com/watch?v=HQ_Dah6v27s].
  4. Un’altra ascesi utile è quella del digiuno regolato. I giorni indicati quelli di Ekadashi e cadono due volte al mese. Jayadev approfondisce il tema nel suo libro Gli Esercizi di Ricarica [LINK: https://www.anandaedizioni.it/shop/libri/yoga-e-meditazione-1/yogoda-gli-esercizi-di-ricarica/]. Il digiuno regolato permette di instaurare e mantenere un rapporto con il cibo che sia sano e, in più, di spiritualizzare l’azione del mangiare, la quale diventa di per sé una pratica di connessione.
  5. Una forma di purificazione efficace è offrire seva, servizio. Potresti, nel nuovo anno, decidere di fare del volontariato in un’associazione del luogo in cui vivi oppure offrire alla comunità di Ananda [https://www.ananda.it/ananda-assisi-contatti/]. Il karma yoga svolto senza motivazioni egoiche regala chiarezza mentale e ispirazione spirituale.
  6. Puoi usare tapah per dare il tuo contributo al contenimento di due problemi drammatici del nostro tempo:
  1. Infine, un’altra pratica davvero utile di questi tempi è l’ascesi della parola ovvero pronunciare parole veritiere, piacevoli, benefiche per gli altri e che non li turbino. Per comprendere più a fondo, puoi leggere il verso 15 del capitolo 17 della Bhagavad Gita e il relativo commento.

 Scegliere le pratiche più adatte e perseverare

A prescindere dalla pratica che si sceglie, importante è portarla avanti finché non si sarà consolidata e diventata un’abitudine non più sradicabile. Possono volerci poche settimane o forse mesi.

Solo a questo punto, si potrà sceglierne un’altra. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la vita si trasforma: si diventa luminosi, sattvici (da sat, verità), radicati nella verità di sé stessi.

Attenzione però: l’ascesi non va mai intesa in modo punitivo contro sé stessi. È sempre consigliato pertanto confrontarsi con un sadhaka avanzato o, meglio ancora, con una guida spirituale.

Sulla via dello yoga il fai-da-te può essere pericoloso, soprattutto all’inizio del percorso.

 «L’accettazione del dolore come purificazione»

Swami Kriyananda, nel suo Patanjali rivelato [https://www.anandaedizioni.it/shop/libri/libri-di-swami-kriyananda/patanjali-rivelato/], ha tradotto tapah quale “l’accettazione del dolore come purificazione”. È un’ulteriore indicazione di come praticarla attivamente. Il dolore è un dato ineliminabile nella vita di ciascuno. Quasi ogni giorno ne viviamo uno, che sia fisico, psichico, emotivo o spirituale, grande o piccolo. La vita incarnata è fatta così.

Swami Kriyananda offre un suggerimento preziosissimo per rendere il dolore uno strumento di evoluzione: accoglilo, accettalo e offrilo “in alto”.

Il dolore e la sofferenza fanno parte della vita di ognuno. (…). Il dolore è un’esperienza universale per tutta l’umanità. Per alcuni il dolore è intenso; per altri è relativamente debole. (…). Il dolore, tuttavia, non porta di per sé molta libertà spirituale: l’importante è accettarlo di buon grado, con calma, perfino gioiosamente. Dovremmo vederlo come la volontà di Dio per noi e come un’espressione del Suo amore.

Quando saremo in grado di accettare con equanimità qualunque sofferenza bussi dalla nostra porta, usciremo completamente dalla sfera del dolore.

[Patanjali rivelato, pp. 129-130]

1 – continua con svadhyaya

   

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