Yogi d’Occidente 100 anni dopo il Maestro

Una testimonianza di come si possa applicare la rivoluzione interiore alla vita esteriore occidentale: essere nel mondo, senza essere del mondo.

di Laura Marinoni

Cento anni fa Yogananda sbarcò negli Stati Uniti con la missione di far conoscere lo yoga in Occidente. Provo a immaginare i primi passi di quello che sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione spirituale per milioni di persone. Quanti l’avranno deriso, quanti l’avranno seguito sull’onda di un’intuizione profonda, quanti l’avranno compreso e quanti tradito, anche senza volerlo. I grandi santi non possono che dare scandalo, perché “lanciano una pietra”. Quando la pietra va a segno, quando incontra il suo nobile bersaglio, indica un Sentiero.

Un secolo più tardi, mi trovo a riflettere umilmente su cosa significhi per me essere stata toccata dal messaggio dello yoga, nell’antica tradizione dei Maestri. Ancora oggi ci sono tanti pregiudizi, i ricercatori spirituali vengono percepiti come esseri fuori dal mondo, spesso ridicolizzati con un sorriso di incomprensione. Eppure seguire un Sentiero significa stare nel mondo, i piedi ben radicati in terra, il cuore aperto alla realtà fisica, non solo spirituale.

La pratica è uno strumento concreto, potentissimo, che trasforma la consapevolezza del nostro essere completo. Qualunque essere umano sente di appartenere all’universo, ma tende a dimenticarne la sostanza infinita. Ci chiamiamo animali perché abbiamo un’anima, ma ci occupiamo raramente di essere completamente noi stessi, di dedicare tempo e spazio all’ascolto. Essere uno yogi in occidente, che sfida!

La scoperta più bella per me è stata capire l’universalità dei suoi insegnamenti: lo yoga è una disciplina che si rivolge a tutti, indipendentemente dal credo religioso, dalla tradizione, dalla storia personale, dal paese d’origine. È la disciplina della libertà. Sembra un controsenso, eppure osservando le indicazioni di Patanjali (Yama e Niyama), possiamo arrivare ad essere liberi dagli attaccamenti e radicati nel nostro Sé più alto. Se per qualcuno il divino ha un nome, per tutti esiste come intuizione profondissima. Quando aneliamo al divino, ecco che miracolosamente si manifesta.

Lo yoga è preghiera in movimento, è riconoscere il sacro in ogni essere vivente. Ma questo può accadere solo quando riconosciamo la sacralità prima di tutto in noi stessi, quando incominciamo ad accorgerci che le qualità divine non sono fuori di noi, ma dentro il cuore di ognuno. Praticare allora diventa l’arte di lucidare il nostro diamante, lavarlo dalla terra che lo ricopre, farlo semplicemente risplendere.

In questo modo, come per magia cadono i giudizi, cade l’ansia di avere il controllo continuo sugli eventi della nostra vita, inizia la sorpresa di accettare non solo la vita, ma anche la morte come parte della vita, di accogliere tutto quello che arriva con gratitudine. Non senza dolore, mai senza fatica. Il dolore è il grande strumento di trasformazione, ma poco a poco la sofferenza si evolve in una visione più ampia e lascia spazio alla gioia di esistere.

La gioia è per lo yogi il primo insegnamento, lo scopo, il traguardo. Non esiste spiritualità senza beatitudine, e Yogananda è il grande guru che ha tradotto per noi questa rivoluzione umana.

 

 

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