La Realizzazione del Sé, intervista a Shantidev

Per la serie di articoli “Yogananda 100”, con cui rendiamo omaggio ai 100 anni dalla venuta di Yogananda in Occidente, attraversandone i principali doni, in questa intervista Shantidev Oliver Graf ci parla della “Realizzazione del Sé” e di come Yogananda ci abbia portato la migliore sintesi della saggezza indiana e un set perfetto di tecniche. 

di Shraddha Giulia Calligaro

L’onda deve rendersi conto che la sua realtà come semplice onda è temporanea. Può riapparire più e più volte come le altre onde, ma alla fine deve comprendere che la sua vera essenza non consiste nella sua singolarità di onda individuale, ma nell’oceano, di cui l’onda è una manifestazione. La comprensione della sua vera identità richiede che si fonda con l’oceano e diventi una sola cosa con esso.” – Paramhansa Yogananda

Cento anni fa un giovane monaco indiano, chiamato Yogananda, sbarcò sulle coste americane: era stato investito di una grande missione da un sublime lignaggio di Maestri, e il messaggio che doveva portare in Occidente era di rilievo universale. Ma forse solo ora, a un secolo di distanza e con i tempi che ci stringono sempre più verso un significato alto dell’esistenza, iniziamo davvero a vederne la portata. Tuttavia, quest’immensità, che conteneva millenni di antica saggezza a far da ponte tra la Terra e il Cielo, può essere sintetizzata in tre sole parole: “Realizzazione del Sé”. In questa formula si raccoglie infatti il senso e la direzione di ogni vita, e questo è il sentiero di ogni vero ricercatore spirituale. Lo testimonia oggi Shantidev, ministro e membro di Ananda Assisi da trent’anni, che fin da giovanissimo, in un piccolo centro vicino Monaco, intuì che dietro la superficie della realtà si nascondeva un disegno perfetto. Lo incontriamo proprio sui colli umbri, nel suo laboratorio di sculture e yantra luminosi che ha chiamato “Meditation Art”, in cui sembra rimasta impressa quella sua prima intuizione.

Possiamo ritornare a quel giorno in cui iniziò la tua ricerca?

Avevo 15 anni, ero steso sul letto e stavo fissando lo sguardo sul lucernario. All’improvviso ho visto come il vorticare di atomi, quasi una porta in cui veniva sospesa l’illusione della realtà, e in un istante ebbi la convinzione di aver compreso qualcosa di grande: che c’era una corrispondenza tra il microcosmo e il macrocosmo e come dietro il velo apparente delle cose iniziasse la verità. Ne parlai con più persone, ma a loro sembravo matto. Finché mi capitò in mano un libro che trattava dello yoga e dell’antico Egitto, e trovai un mondo in cui qualcuno la pensava come me. Divenne l’unica cosa che mi interessava davvero, quasi un’ossessione, per cui all’improvviso divenni scostante negli studi e finii poi per abbandonarli. Divenni un ribelle, a 17 anni scappai di casa attraversando l’Europa fino al Sud della Spagna, facendo qualsiasi lavoro. Poi mi resi conto che stavo solo fuggendo, dunque a 18 anni rientrai, ma nulla fu più come prima. Andai subito a vivere da solo, continuai la ricerca.

E iniziò così la tua vita da “yogi”?

In realtà sempre in quegli anni ero arrivato ad Assisi, all’eremo delle Carceri, e avevo ricevuto da un allievo di Omraam Mikhaël Aïvanhov l’iniziazione alla meditazione. Diciamo che ancora non avevo chiaro quale fosse il percorso da fare, ma avevo molto chiaro quale fosse la strada che non volevo fare. Da quel momento ho anche smesso di mangiare carne e di bere alcol. Intuitivamente avevo compreso che c’era qualcosa di fondamentale che non si raggiungeva nella realizzazione materialistica del mondo.

E gli insegnamenti di Yogananda quando li incontri?

Mi arrivò in mano il libro Autobiografia di uno Yogi quando avevo 18 anni: lo lessi in due o tre giorni. Wow! C’era tutto quello che cercavo. Fu ovviamente un riconoscimento. Con l’impeto giovanile, a Monaco, da un maestro indiano ricevetti l’iniziazione al Kriya yoga, come lo tramandava Sri Yukteswar, il Maestro di Yogananda: avevo fretta di arrivare subito alla realizzazione, ma ero immaturo spiritualmente e non ne capii molto, restai anche deluso. Finché incontrai Ananda.

Quando accadde?

Condividevo la mia vita con altri ricercatori spirituali di vari sentieri. Così nell’89 venni a sapere di un incontro che si teneva a Monaco con alcuni ministri di un percorso legato agli insegnamenti di Yogananda: erano Shivani, Kirtani, Helmut, Mayadevi, ministri di Ananda, fondata da Swami Kriyananda. Mi dissero che avevano una comunità ad Assisi, luogo che mi era rimasto molto caro, e la vita comunitaria mi attraeva molto. All’inizio del ’90 visitai Ananda, alla fine dell’anno mi trasferii a vivere qui.

Quindi avevi trovato il tuo sentiero: il sentiero della Realizzazione del Sé. Ci spieghi cosa significa questa definizione di Yogananda?

Parola per parola: il Sé è ciò che non è l’ego, ciò che non è legato al corpo, alla memoria, a tutte le identificazioni che abbiamo nella vita, poiché il Sé è libero da ogni condizionamento. I Maestri ci dicono che il Sé, l’Atma in sanscrito, è uno con il Paramatma, anima divina: ovvero che al centro del nostro essere c’è questa fiamma eterna. E ciò non è spiegabile a parole: devi realizzarlo, non è questione di fede ma di esperienza.

Quali sono i passi per avvicinare questa esperienza?

Un Maestro del passato che si chiama Patanjali (sulla sua identità sono state tramandate varie letture, secondo la più comune visse nel secondo secolo A.C.) codificò con precisione questi passi e, anche se era indiano, i suoi passi riguardano tutti, ogni religione e ogni cammino spirituale. Quello che si potrebbe dire in sintesi è che più viviamo con energia agitata e più siamo alla periferia del nostro essere, più questa energia si calma e più abbiamo accesso al nostro centro, come un lago di cui puoi vedere il fondo. Allora viviamo nel momento presente e da sé vengono a galla le nostre qualità eterne. Riuscire a capire cosa non è la nostra vera natura è già una pratica profonda di yoga, tecnicamente si chiama “Gyana yoga” e si serve del discernimento.

In che modo con la Realizzazione del Sé Yogananda ha messo insieme Oriente e Occidente?

Il grande contributo di Yogananda è stato proprio quello di prendere l’essenziale della spiritualità del suo Paese e di portare un messaggio universale in Occidente. Ha lasciato tutte le credenze e le superstizioni indù ed è andato al cuore di quello che serviva a noi, dove la religione era basata sul credere: nello yoga, infatti, non devi credere, devi percepire. Devi cercare dentro di te. Lo aveva preceduto in Occidente Vivekananda, ma non aveva avuto tanto seguito. Tuttavia è stupefacente come in quegli anni, a inizio Novecento, tutto si stesse preparando per tracciare un ponte tra Est e Ovest: a Calcutta, capitale degli scambi tra i due mondi e dove la colonizzazione inglese aveva creato una familiarità con la cultura Occidentale, vivevano nella stessa epoca Yogananda, Vivekananda, Tagore, Anandamayi Ma anche non era lontana: è chiaro che c’era un disegno più grande che si stava dispiegando e che il messaggio vedico originale voleva annunciare un processo valido per tutti.

Yogananda lo chiamò il percorso della vera felicità. Perché allora ci sono ancora resistenze ad aderire per molti?

Nel suo primo libro, La scienza della religione, Yogananda proclama che tutti cerchiamo la stessa perfetta felicità, ma spesso cadiamo nelle false credenze. Dentro di noi, e letteralmente dentro la nostra spina dorsale profonda, ci sono due pulsioni opposte: una è quella dei desideri, l’altra è quella della realizzazione del Sé. E continueremo a soffrire e a cercare la felicità impermanente finché non siamo pronti a girarci nell’altra direzione.

Ritornando alla lettera di questo percorso, dentro alla nostra spina dorsale, Yogananda lasciò anche delle tecniche precise per fare questo percorso. Vogliamo ricordarle?

Ancora, il profondo contributo di Yogananda è stato quello di prendere il cuore di tutti gli insegnamenti dello yoga e creare un set perfetto di tecniche che vanno a lavorare direttamente nei nostri nodi karmici che ci trattengono nella dualità. E queste tecniche vengono da una scienza millenaria: tantissimi Maestri illuminati hanno dato il loro timbro per dire che funzionano. La principale è naturalmente il Kriya e tutte le tecniche ad esso legate. Yogananda stesso, poi, ha dato il suo contributo con gli Esercizi di Ricarica, per connetterci direttamente con la sorgente cosmica e per auto-guarire il corpo.

Oggi lo yoga è molto di moda in Occidente, è questo che ci si aspettava da quel primo seme messo da Yogananda?

In Occidente dello yoga è spesso stato esaltato solo l’aspetto fisico. Tuttavia anche partendo da lì, qualcuno può iniziare a percepire qualcosa di più profondo e poi decidere di andare oltre nella propria ricerca. Il Kriya non può essere super popolare, ma siamo in un’epoca ascendente, secondo la divisione degli Yuga di Sri Yukteswar, quindi si affermerà sempre più l’era dell’energia.

Si può fare questo percorso anche in una vita ‘normale’, ed è necessario includere l’idea di un Dio?

Quando ti rendi conto che questa è l’unica vera priorità, le altre cose possono restare, ma restano come attività di servizio per fare questa ricerca. Quanto al divino, bisogna andare al di là del nome, se qui è legato a delle credenze vecchie, e puntare a ciò che con questa idea si intende veramente: a quel centro calmo che diventa il punto di arrivo di ogni tuo passo. Avere questa direzione, comunque la chiami, sì, è importante per non perdere la strada. Il Guru, poi, è colui che ci aiuta a percorrerla.

Questi passi sono uguali per tutti? E come facciamo a capire se quelli che stiamo facendo sono i passi giusti?

È un percorso individuale verso un centro comune, dipende cioè dai nodi che ciascuno di noi ha creato e che deve sciogliere per uscire dall’illusione e dalla sofferenza verso la libertà, ma quando fai la strada giusta lo senti: perché la Pace, il Suono, la Luce, la Gioia, l’Amore, la Calma, il Potere, la Saggezza, una di queste qualità eterne della nostra anima inizia a splendere in modo particolare in te.

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English version

Self-realization – Yogananda 100 – Interview with Shantidev Oliver Graf

by Shraddha Giulia Calligaro

Translated by Sanjaya David Connolly

L’onda deve rendersi conto che la sua realtà come semplice onda è temporanea. Può riapparire più e più volte come le altre onde, ma alla fine deve comprendere che la sua vera essenza non consiste nella sua singolarità di onda individuale, ma nell’oceano, di cui l’onda è una manifestazione. La comprensione della sua vera identità richiede che si fonda con l’oceano e diventi una sola cosa con esso.” – Paramhansa Yogananda

A hundred years ago, a young Indian monk by the name of Yogananda disembarked on the coast of America: he was entrusted with a great mission by a sublime lineage of Masters, and the message that he had to bring to the West was one of universal importance. Yet perhaps it is only now, at a distance of a hundred years and in times that are ever drawing us toward a high meaning of existence, that we are truly beginning to see the significance of it. Nevertheless, this vastness, that contained millennia of ancient wisdom as a bridge between Earth and Heaven, can be summarized in just one word: “Self-realization”. It is this term that encapsulates the meaning and direction of every life and this is the path of every true spiritual seeker. It is attested to, today, by Shantidev, minister and member of Ananda Assisi for over thirty years, who, from a young age, in a small town close to Munich, realized that behind the surface reality, a perfect design was hidden. We meet with him in the Umbrian hills, in his workshop of yantra light sculptures that he calls “Meditation Art”, in which his initial intuition seems to have remained impressed.

Can we return to that day when your searching began?

I was fifteen, lying on the bed and I was staring at the skylight. All at once, I saw like a whirl of atoms, almost a gate through which the illusion of reality was suspended, and in an instant I had the conviction of having understood something big; that there was a correspondence between the microcosm and the macrocosm and that truth began behind the apparent veil of things. I talked about it with other people, but it seemed foolish to them. Until I happened to chance upon a book that dealt with yoga and ancient Egypt and I discovered a world in which someone thought like me. It became the only thing that truly interested me, almost an obsession, which is why I suddenly became disinterested in my studies and eventually abandoned them. I turned into a rebel. At seventeen I left home crossing Europe as far as Southern Spain and doing all kinds of jobs. I finally realized that I was simply running away and I returned home, but nothing was as it was before. I immediately went to live alone and continued my searching.

And this was how your life of being a “yogi” began?

In reality, it was during those same years that I arrived at Assisi, at the Eremo delle Carceri (Hermitage of the Cells), and I had received initiation into meditation by a pupil of Omraam Mikhaël Aïvanhov. Let’s say that it still wasn’t clear to me what the right course for me to take was, but it was very clear to me what path I didn’t want to take. From that moment I stopped eating meat and drinking alcohol. Intuitively, I had understood that there was something fundamental that couldn’t be achieved in the materialistic realization in the world.

And when did you come into contact with the teachings of Yogananda?

I chanced upon the book Autobiography of a Yogi when I was eighteen: I read it in two or three days. Wow! It was everything I was looking for. Obviously, there was a kind of recognition. With youthful impetus, in Munich, I received initiation into Kriya yoga from an Indian master, as Sri Yukteswar, Yogananda’s master, had handed it down. I was in a hurry to arrive at realization, but I was spiritually immature and, not understanding very much, I was even disappointed. Until I came into contact with Ananda.

When did that happen?

I shared my life with other spiritual seekers of various paths. And so, in 1989, I came to learn of a meeting that was taking place in Munich with some ministers concerning a path linked to the teachings of Yogananda: they were Shivani, Kirtani, Helmut, Mayadevi, all ministers of Ananda, founded by Swami Kriyananda. They told me that they had a community in Assisi, a place that had remained very dear to me, and the idea of community life was very appealing to me. In early 1990, I visited Ananda and at the end of that year I moved there.

So you had found your path: the path of self-realization. Can you explain what this term of Yogananda means?

Literally, Self is what is not the ego, what is not tied to the body, to the memory, to all the things we identify with in life, because the Self is free of all conditioning. The Masters say that the Self, the Atma in Sanskrit, is one with the Paramatma, the divine soul: in other words, that at the center of our being is that eternal flame. And this is not explicable in words: you have to realize it, it’s not a question of faith but of experience.

What are the steps for arriving at this experience?

In the past, a Master called Patanjali (there are various accounts concerning his identity; according to the most common one he lived in the second century B.C.) gave a precise codification of these steps and, though he was Indian, his steps are relevant to all, to every religion and every spiritual path. What we might say in brief is that the more we live with our energy agitated, the more we are at the periphery of our being; the more that energy is calmed, the more we are able to access our center, like a lake in which it is possible to see the bottom. So we live in the present moment and our eternal qualities surface by themselves. Being able to comprehend what is not our true nature is already a deep yogic practice. Technically it is referred to as “Gyana Yoga” and it makes use of discernment.

In what way did Yogananda join East and West through Self-realization?

The major contribution of Yogananda was to take the essence of the spirituality of his country and to bring a universal message to the West. He left behind all the Hindu beliefs and superstitions and went to the heart of what was useful for us, where religion is based on belief: in yoga you don’t have to believe, you have to perceive. You have to search within you. Vivekananda had preceded him in the West, but he didn’t have many followers. However, it is amazing how in those years, at the beginning of the nineteenth century, everything was being prepared to mark out a bridge between East and West. Living at the same time in Calcutta, the capital of the trade between the two worlds and where English colonialism had created a familiarity with Western culture, were Yogananda, Vivekananda, Tagore, and Anandamayi Ma was not far: so it becomes clear that there was a bigger plan  that was unfolding and that the original vedic message wanted to announce a course valid for all.

Yogananda called it the course of true happiness. Why, then, is there still resistance by many to adhering to it?

In his first book, The Science of Religion, Yogananda claimed that we are all seeking the same perfect happiness, but that we often fall into false beliefs. Within us, and literally within our deep spine, there are two opposing drives: one is of the desires and the other is of Self-realization. And we continue to suffer and search for an impermanent happiness until we are ready to turn in the other direction.

Coming back to the crux of this course, inside our spine, Yogananda also left specific techniques for progressing on this course. Do you want to remind us of them?

Again, the fundamental contribution of Yogananda was to take the essence of all the yogic teachings and to create a perfect set of techniques that work directly on our karmic knots that keep us in duality. And these techniques come from an age-old science: many enlightened masters have given their stamp to testify that they work. Obviously, the main one is Kriya and all the other techniques are related to it. Yogananda himself gave his own contribution with the Energization Exercises, in order to connect us directly with the cosmic source and also for the self-healing of the body.

Today yoga is very popular in the West. Is this what we might have expected from that first seed planted by Yogananda?

In yoga in the West, it is often the physical aspect that is emphasized. Even beginning from that, however, one can begin to perceive something deeper and then decide to go further in real searching. Kriya could not be super popular, but we are in an ascending age according to the division of the yugas by Sri Yukteswar, so there is an ever greater confirmation of the age of energy.

Is it also possible to follow this course in a “normal” life and is it necessary to include the idea of a God?

When you become aware that this is the one true reality, the other things can remain, but they remain as activities which serve the carrying out of this search. Regarding the divine, it is necessary to go beyond the name, if it is tied to old beliefs, and look at what this idea really means: at that calm center that becomes the arrival point of your every step. To have this direction, however you call it, is important, yes, in order not to lose the path. Moreover, it is the Guru who helps us to walk it.

Are these steps equal for all? And how can we know if the steps we are taking are the correct ones?

It is a personal course toward a common center. In other words, it depends on the knots that each one of us has created and has to untie in order to escape from delusion and sufferance towards liberation. But when you are on the right path, you feel it: because one of these eternal qualities of our soul, Peace, Sound, Light, Joy, Love, Calm, Power, Wisdom, begins to shine in a special way inside you.

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